«Se le imprese che vogliono assumere non trovano i lavoratori che desiderano, è per colpa della pigrizia indotta dai sussidi o perché offre paghe troppo basse?» Stefano Lepri, sulla Stampa, parte da questo quesito per riflettere sulla questione del salario minimo. «E una risposta corretta a questa domanda» osserva «è cruciale anche al di là della ripresa post-pandemia che, salvo imprevisti, si consoliderà».
«Se una cifra modesta come quella del Reddito di cittadinanza (al massimo 500 euro per una persona che vive sola, importo medio erogato 586 a famiglia) può essere da alcuni considerata sufficiente a disincentivare dall’impiego, di quali impieghi stiamo parlando? L’inchiesta pubblicata ieri dal nostro giornale con il titolo “Proposte indecenti” forniva numerosi esempi attorno ai 600 euro al mese. A riprova che in Italia i salari sono bassi» spiega Lepri.
«Più pericoloso ancora per il futuro è che siano pagati poco i laureati, il che scoraggia i giovani dallo studio. Non si può distribuire una ricchezza che non si produce. Ma si può fare qualcosa per proteggere i più deboli, nello stesso tempo eliminando ostacoli alla crescita. Paghe troppo basse non fanno bene nemmeno alle imprese, perché disincentivano l’innovazione tecnologica. Un salario orario minimo potrebbe essere utile».
«Non ha giovato che all’inizio della legislatura il M5S lo proponesse come un’altra ricetta magica per rendere tutti contenti subito. Una cifra troppo alta scoraggerebbe le assunzioni e spingerebbe molti verso il sommerso. Purtroppo, i circa 10 euro l’ora della Germania e della Francia è meglio scordarseli. Ma una adozione cauta del salario minimo oltre a evitare lo sfruttamento dei più deboli può spingere verso una organizzazione delle imprese più moderna e alla lunga più competitiva. Quasi tutti i Paesi lo hanno; istituirlo è stato un passo avanti della democrazia», conclude.








