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Le tasse americane sui super ricchi e la difficoltà delle democrazie | L’analisi di Sandro Trento

Come scrive sul Domani Sandro Trento, il dibattito apertosi a New York sulle nuove tasse per i super-ricchi mostra le difficoltà crescenti delle democrazie contemporanee nel governare un capitalismo globale sempre meno legato ai territori.

Il sindaco Zohran Mamdani ha proposto una tassa annuale sulle seconde case di lusso sopra i 5 milioni di dollari possedute da non residenti, con l’obiettivo di raccogliere almeno 500 milioni di dollari per ridurre il deficit della città.

Sullo sfondo vi sono anche altre ipotesi fiscali: aumento delle imposte patrimoniali, abbassamento della soglia per la tassa di successione e sovrattasse sui redditi milionari.

Per Trento, New York rappresenta in modo emblematico la contraddizione delle economie avanzate: città ricchissime ma profondamente diseguali, nelle quali la redistribuzione appare necessaria ma sempre più difficile da realizzare.

L’autore richiama una riflessione di Norberto Bobbio sui comunisti italiani, secondo cui sapevano bene come la società avrebbe dovuto essere, ma meno bene come fosse realmente.

Nel Novecento, osserva Trento, la fiscalità urbana funzionava perché colpiva basi imponibili stabili — immobili, attività locali, redditi territoriali — mentre oggi una quota crescente della ricchezza nasce da reti finanziarie, piattaforme tecnologiche e attività immateriali facilmente spostabili.

La reazione del fondatore di Citadel Ken Griffin alle proposte di Mamdani viene indicata come esempio di questa nuova realtà: accuse di attacco personale, minacce di ritirare investimenti miliardari e rafforzamento della presenza a Miami mostrano come il capitale reagisca quasi in tempo reale alla politica fiscale.

Anche le stime sul gettito reale della misura risultano inferiori rispetto alle promesse iniziali, perché i contribuenti possono modificare residenza, vendere immobili o avviare contenziosi.

Secondo Trento, ciò non significa che tassare la ricchezza sia sbagliato, ma che redistribuire nel XXI secolo è molto più complesso, perché il potere economico si concentra ormai attorno a piattaforme globali, dati e reti finanziarie che sfuggono agli strumenti tradizionali della politica democratica.

Le città e gli Stati devono continuare a finanziare welfare, trasporti e servizi pubblici, ma il capitale da cui dovrebbero estrarre risorse è sempre meno radicato in un territorio preciso.

Per questo, conclude, le democrazie si trovano oggi a inseguire una ricchezza che può spostarsi molto più rapidamente delle istituzioni che cercano di regolarla.

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