Come osserva sulla Stampa Salvatore Rossi, le nuove previsioni economiche della Commissione europea non contengono vere sorprese, ma confermano il peggioramento del quadro internazionale dovuto alla guerra in Medio Oriente e alla conseguente crisi energetica.
Rincari dell’energia, rallentamento produttivo e aumento dell’inflazione colpiscono tutta l’economia mondiale, ma l’Italia continua a distinguersi negativamente per la sua crescita quasi nulla, inferiore persino a quella della Germania.
Rossi osserva che il Paese è tornato alla stagnazione che lo caratterizza da almeno venticinque anni e che la forte ripresa post-Covid aveva alimentato l’illusione di un cambiamento strutturale dell’economia italiana, anche grazie alle riforme del Pnrr.
In realtà, sostiene, i problemi di fondo restano irrisolti e derivano da limiti accumulati nel tempo, indipendentemente dal colore politico dei governi.
Lo sviluppo economico dipenderebbe soprattutto dalle istituzioni, dai costumi sociali e dalla capacità di affrontare riforme strutturali spesso rinviate perché politicamente difficili.
Rossi richiama in particolare i nodi dell’istruzione universitaria, della ricerca scientifica, del mercato del lavoro, della giustizia e della pubblica amministrazione, ambiti nei quali l’Italia avrebbe a lungo evitato interventi incisivi.
In questo quadro, il programma europeo Next Generation EU viene descritto come un’occasione storica, non solo per le risorse economiche ricevute ma perché ha vincolato l’erogazione dei fondi all’attuazione di riforme precise e monitorate passo dopo passo attraverso il Pnrr.
Secondo l’autore, molte di queste riforme sono state formalmente avviate e la Commissione europea ne ha certificato l’attuazione, ma resta ancora da capire se produrranno effetti concreti e duraturi sulla crescita.
Rossi affronta infine il tema dei conti pubblici: Bruxelles stima che il deficit italiano possa tornare sotto il 3% del Pil, consentendo l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo, ma il governo vorrebbe ottenere maggiore flessibilità per finanziare misure contro il caro energia.
Per l’economista, la richiesta è comprensibile sul piano politico ma debole sul piano economico, perché sussidiare il consumo di energia rischia di mantenere gli squilibri invece di favorire adattamenti e sostituzioni produttive.








