Sul Corriere della Sera, Federico Rampini invita a non lasciarsi condizionare dalle continue dichiarazioni di Donald Trump, che a suo giudizio monopolizzano il dibattito pubblico, ma a concentrarsi sui fatti.
A suo avviso, il vertice Nato di Ankara ha segnato soprattutto una rivincita dell’Ucraina: dopo le tensioni con Trump alla Casa Bianca, Volodymyr Zelensky è tornato al centro della scena grazie ai risultati militari e ai progressi tecnologici di Kiev, in particolare nel settore dei droni.
Secondo Rampini, anche il Pentagono considera ormai l’Ucraina una risorsa strategica e Washington avrebbe intensificato il sostegno militare, arrivando a valutare la produzione in Ucraina dei sistemi Patriot.
L’autore sostiene che, al di là delle oscillazioni del presidente americano, l’establishment statunitense – Pentagono, intelligence, Dipartimento di Stato e gran parte del Partito repubblicano – continua a vedere nella difesa dell’Ucraina un interesse strategico.
Parallelamente, osserva che le pressioni di Trump hanno ottenuto ciò che i suoi predecessori non erano riusciti a conseguire: un aumento delle spese militari europee, anche se persistono differenze tra i Paesi, con l’Europa nord-orientale molto più determinata nel riarmo rispetto a quella meridionale.
Quanto al possibile ridimensionamento dell’impegno americano nella Nato, Rampini ritiene che i fatti smentiscano gli allarmi: i ridispiegamenti di truppe rispondono a una strategia già avviata sotto Obama, mentre gli Stati Uniti continuano a investire nella deterrenza nucleare a tutela dell’Europa.
Infine, l’editorialista interpreta le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia come il riflesso della crescente competizione strategica nell’Artico con Russia e Cina e osserva che, sul dossier iraniano, il conflitto resta aperto.
Conclude che gli sviluppi decisivi dipenderanno più dalle scelte dell’apparato statunitense che dai messaggi pubblicati dal presidente sui social.








