Su Repubblica Massimo Adinolfi critica Trump, che ha minacciato di distruggere la civiltà iraniana.
“Non che non siano mai state formulate, nella storia recente o lontana, minacce, ingiunzioni, ultimatum”, commenta Adinolfi, “o che non siano mai state richieste rese e capitolazioni.
Ma quel che non può lasciare indifferenti, che suona decisamente fuori scala, è l’idea che il Presidente degli Stati Uniti d’America, nelle stesse ore in cui saluta orgoglioso gli astronauti che hanno portato l’umanità più lontano che mai, là dove la Terra scompare azzurrina sotto l’orizzonte della Luna, possa mettere sul piatto della bilancia, anche solo a titolo di ipotesi, la fine di una intera civiltà.
Cosa ha creduto di minacciare Trump?
Un popolo e le sue tradizioni, una lingua e la sua cultura, le case le strade e le moschee, le industrie e i bazar?
In un saggio politico-psicologico di qualche anno fa, Peter Sloterdijk passava in rassegna le forme di accumulazione dell’ira, «prima parola d’Europa», che, dai tempi dell’Achille omerico, all’inizio della civilizzazione occidentale, hanno segnato la storia umana.
Tramontato il tempo degli eroi, dell’orgoglio e della guerra fra i popoli antichi, le religioni monoteiste hanno dirottato nell’Aldilà il patrimonio dell’ira.
In tempi moderni, si è accesa invece, in nome dell’uguaglianza, l’ira degli oppressi e l’utopia della militanza rivoluzionaria.
Ma anche questo fuoco si è spento e l’ira si è dispersa: il fondamentalismo islamico, scriveva il filosofo all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, cova secolari risentimenti ma riesce ad accendere solo pochi focolai di violenza.
Manca, all’ampio disegno tracciato da Sloterdijk, quel che si può sospettare oggi nelle parole di Trump: che l’ira tornasse ad accumularsi non nelle periferie diseredate del mondo, ma nel suo centro, dietro la bianca facciata in arenaria della White House”.








