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Lavoro ed export: ecco come sta l’economia italiana | L’analisi di Erico Verderi

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La scorsa settimana l’ISTAT ha rilasciato, tra gli altri, due comunicati: sul mercato del lavoro e sulle esportazioni regionali suddivise per macroregioni; entrambi utili a misurare lo stato di salute della nostra economia.

Provando a riassumere la fotografia a marzo ’26 del mercato del lavoro, si registra su base congiunturale un’occupazione record al 62,7%, 24,2 milioni di occupati, 67.000 nuovi posti di lavoro.

Tasso di disoccupazione in diminuzione al 5,3%.

La crescita del numero degli occupati, su base tendenziale, avanza a un ritmo più lento rispetto al trimestre precedente, ed è determinata su base annua da un +4.7% (238.000) degli indipendenti, a fronte della diminuzione dei dipendenti a termine (-4.2% pari a 107.000) e di quelli a tempo indeterminato (-0.5% pari a 81.000); in sintesi estrema più lavoratori autonomi e meno dipendenti.

L’occupazione cresce nella fascia d’età degli over 50, nelle regioni del centro-sud e a livello femminile, di segno opposto quella maschile (-0.2%); quella di cittadinanza italiana evidenzia un +0.1% a differenza di un -0.3% di quella straniera.

Altro dato da segnalare, la crescita del tempo pieno rispetto a quello parziale.

Sale il tasso degli inattivi al 33,8%, questi ultimi scendono esclusivamente nella fascia d’età tra i 50-64 anni, totalmente ascrivibile al comparto femminile.

Non particolarmente brillante il dato relativo al tasso di occupazione in relazione al titolo di studio posseduto: aumenta per i titolari di licenza media e diminuisce tra i diplomati, ancor più tra i laureati.

Un indizio, quest’ultimo, che fa pensare ad un’occupazione più “povera”, destinata ad attività basiche con minor propensione alla creazione di valore aggiunto e ricchezza.

Minor ricchezza distribuita, minori consumi.

“Nel primo trimestre 2026, l’input di lavoro, misurato dalle ore lavorate, è cresciuto dello 0.3% rispetto al trimestre precedente e dell’1% nei confronti del primo trimestre 2025.

Nello stesso periodo, il PIL è aumentato dello 0.3% in termini congiunturali e dello 0.8% in termini tendenziali.”

Rimane l’annoso problema della produttività: lavoriamo di più senza incidere adeguatamente sulla crescita.

Sul fronte costo del lavoro assistiamo a un incremento del 3% su base annua, frutto dell’aumento dei contributi sociali (+3,5%) e in misura minore delle retribuzioni (3%).

Nel suo complesso un report positivo al netto della produttività e della crescita (PIL).

Sul fronte esportazioni, la crescita annua, in termine di valore, si attesta al 1.3%.

L’effetto dazi non sembra, a oggi, incidere così negativamente come ipotizzato, probabilmente a scapito di una parte della marginalità.

La performance non è uniforme su tutto il territorio nazionale: Centro (+13.8%), Sud (+7.1%), Nord-Ovest (+1.3%), in regressione il Nord-est (-2.4%) e ancor più le isole (-19.0%).

Tra le singole regioni, si distinguono per positività: Toscana (+30.2%) grazie principalmente alle vendite di metalli e articoli farmaceutici, Abruzzo (+23.5%) e Liguria (+20.8%); di segno opposto Friuli-Venezia Giulia (-35.4%), Sardegna (-21.1%) e Sicilia (-18,1%).

In valore assoluto, le regioni a maggior vocazione export (Lombardia ed Emilia-Romagna) confermano sostanzialmente i numeri dello scorso anno.

Ancora una volta in presenza di un contesto geopolitico ed economico complesso, la nostra economia regge grazie alle esportazioni che compensano la mancanza di vivacità dei consumi interni; consumi che non possono che soffrire a fronte di una diminuzione del potere d’acquisto, dovuto all’ulteriore aumento dei prezzi dell’energia e dei servizi relativi ai trasporti.

Nel mese di maggio le stime preliminari posizionano il tasso inflattivo al 3.2% (quasi doppio rispetto a quello di fine 2025).

Auspicabile che la riapertura dello stretto di Hormuz riconduca i prezzi dell’energia a valori “normali” e consenta di riprendere un percorso di crescita, che comunque viene stimata, da più parti, per l’anno in corso e il successivo non superiore allo 0.5%.

In caso di scenario avverso i numeri potrebbero essere anticipati da un segno negativo, ma questa è tutta un’altra storia che non vorremmo raccontare.

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