Laurence Boone (Capo economista Ocse): «I Paesi europei mantengano politiche di bilancio espansive per tutto il tempo necessario a superare la crisi, rilanciare l’economia e ridurre la disoccupazione»

In un’intervista al Financial Times, Laurence Boone, Capo economista dell’Ocse, parla di un nuovo quadro concettuale che dovrebbe informare la politica economica dei Paesi avanzati. Il riferimento è principalmente per i Paesi europei e gli Stati Uniti. Si tratta di un contributo importante a un dibattito ampio e aperto che economisti e policy maker stanno avendo in questi mesi sulla risposta alla crisi pandemica e sulle misure di rilancio.

Questo dibattito viene da lontano: ha come backdrop il giudizio complessivo sulla validità della risposta economica alla grande crisi finanziaria e alla sua estensione europea, la crisi del debito sovrano. Nel 2008/2009, il G20 fu in grado di coordinare un ingente stimolo fiscale a livello globale. Queste misure però furono mantenute per un periodo relativamente breve ed in particolare in Europa ben presto prevalse un approccio di austerità e consolidamento della finanza pubblica. Anche quello era un quadro concettuale, che si materializzava ben presto in diritto positivo: nascevano così le regole del Patto di Stabilità e Crescita dell’Unione Europea e altre, connesse, stringenti previsioni giuridiche.

Oggi, sembra essere giudizio prevalente tra gli economisti che quelle misure di contenimento fiscale siano state premature ed eccessive. In molti riconoscono che ci si affidò esclusivamente alle politiche monetarie e in questo e nella asintonia tra politica monetaria e fiscale individuano ovvi limiti. Come è noto, a seguito della pandemia, il Patto di Stabilità e Crescita è stato sospeso e con esso le sue famose regole del limite del 3% di deficit nominale, della discesa del deficit strutturale e della riduzione del rapporto debito pubblico/Pil. Su quelle regole si sono costruite negli anni le nostre leggi di bilancio, cercando di rispettarle o di giustificare, con sapienti argomentazioni, anche minimi scarti.

La pandemia ha scardinato tutto questo impianto e sembra certo che le regole europee saranno riviste prima di tornare in vigore. L’estensione di questa revisione è oggetti di dibattito: i Paesi dell’Eurozona non si sono ancora pronunciati, ma in molti prevedono il riemergere di schieramenti noti: Nord/Sud; core/periferia; frugali/non frugali ecc. Un impatto sul negoziato avrà sicuramente il nuovo quadro concettuale di cui parla Laurence Boone. Esso prevede che i Paesi mantengano politiche di bilancio espansive per tutto il tempo necessario a superare la crisi, rilanciare l’economia e ridurre la disoccupazione.

La riduzione del deficit e del debito possono sostanzialmente attendere. Tutto ciò pone problemi di limiti: qual è la frontiera di questo quadro concettuale? Fino a che punto ci si può spingere su deficit e soprattutto debito, in particolare per paesi già fortemente indebitati come l’Italia? Autorevoli economisti stanno indicando per esempio che l’accento e l’attenzione deve essere non tanto sullo stock del debito, ma piuttosto sulla sua sostenibilità, intesa come rapporto tra tasso di crescita e tassi di interesse sui titoli governativi. Su questo si concentreranno mercati e per questo dovremo far sì che i nostri tassi di crescita siano robusti.

Quindi, per l’Italia, tutto questo nuovo quadro concettuale “tiene”, ma solo a condizione che le politiche espansive portino crescita. La crescita nasce dalla combinazione di riforme e investimenti, in cui le riforme strutturali abilitano gli investimenti e gli investimenti facilitano le riforme. Se l’attenzione politica, inclusa in ambito Recovery Fund, non si sposta sul binomio riforme/investimenti, la credibilità dell’azione di politica economica sarà erosa. Limiti e frontiere di deficit e debito riemergeranno assai rapidamente.

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