Le temperature più alte non sono più un evento eccezionale, rappresentano ormai un trend con picchi più o meno accentuati lungo una traiettoria che i climatologi, a politiche attuali, collocano con i loro modelli all’interno di un intervallo di confidenza tra i 2 ed i 4 gradi in aumento entro la fine del secolo.
Non sappiamo se l’estate 2026 debba essere considerata un picco o se siamo nella parte alta dell’intervallo.
Anche chi nega la necessità di politiche per l’adattamento e la mitigazione non contesta l’evidenza dell’aumento delle temperature, nega per lo più che la causa siano le emissioni climalteranti e che l’impatto sia necessariamente negativo.
Diversi studi con diversi approcci hanno però già da tempo messo in luce che la correlazione tra aumento delle temperature e dinamica del Pil nel lungo periodo è negativa.
Le stime variano a seconda delle ipotesi, delle variabili considerate (sempre più accurate con il passare del tempo) e quindi anche dell’epoca in cui sono state fatte.
Due studi del 2024 arrivano a stimare per la fine del secolo una riduzione del Pil globale del 40% con rialzo delle temperature di 3 gradi e del 60% con un rialzo di 4 gradi.
L’impatto sarà diverso nelle differenti aree del pianeta e l’aumento della temperatura avrà conseguenze maggiori nei contesti con meno capacità di adattamento.
Non vi è ancora un modello consolidato in grado di cogliere le molteplici interazioni tra variabili climatiche, economiche e finanziarie.
In uno studio del 2025 il Fmi ha fatto una rassegna dei diversi approcci, delle variabili considerate e di come via via i modelli si stiano affinando per quantificare le conseguenze materiali (rischi fisici) dell’innalzamento delle temperature.
Nel breve termine le cosiddette catastrofi naturali che distruggono il capitale e le infrastrutture sembrano superabili nei paesi più sviluppati, si altera però il loro trend di sviluppo con l’aumento delle frequenze e l’aumento d’intensità dei fenomeni avversi per successivi gradini.
Gli strumenti ad oggi utilizzati per le scelte di politica economica e monetaria non sono calibrati per considerare l’impatto degli eventi climatici: tarati più sul breve, sottovalutano sistematicamente gli effetti a lungo termine.
In Europa l’aumento delle temperature, stando alle politiche di contrasto ad oggi presentate dai diversi paesi, potrebbe vedere un rialzo medio di 2° nel 2050 e di oltre 3° per la fine del secolo.
Quindi anche le temperature che si collocano nella fascia alta dell’intervallo di confidenza potrebbero aumentare di conseguenza.








