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L’atomo bussa di nuovo alla porta dell’Italia | Lo scenario

Ci sono date che restano impresse nella memoria collettiva di un Paese.

Il 1987 è una di queste.

Pochi mesi dopo l’esplosione del reattore di Chernobyl, gli italiani votarono in massa per dire no al nucleare.

Ventiquattro anni più tardi, nel 2011, il disastro di Fukushima confermò quel giudizio con un secondo referendum.

Oggi, quasi quarant’anni dopo il primo stop e quindici anni dopo il secondo, il pendolo della storia torna a muoversi.

Con l’approvazione alla Camera della legge delega sul nucleare sostenibile, il governo Meloni riporta ufficialmente l’energia atomica dentro la strategia energetica nazionale.

Non si tratta ancora della costruzione di centrali.

La legge approvata a Montecitorio affida al governo il compito di scrivere, entro dodici mesi, l’intero impianto normativo del settore: dalla ricerca alla sperimentazione, dalla localizzazione degli impianti alla gestione delle scorie radioattive, fino allo sviluppo della fusione nucleare, la tecnologia che promette energia quasi inesauribile ma che resta ancora confinata ai laboratori di ricerca.

L’annuncio ha inevitabilmente un forte valore simbolico.

Per la prima volta dopo decenni di tabù, l’atomo torna a essere considerato una possibile risposta ai grandi interrogativi energetici del Paese: come ridurre la dipendenza dall’estero, come garantire energia a prezzi competitivi alle imprese, come raggiungere gli obiettivi climatici imposti dall’Europa.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, non ha nascosto la portata politica del provvedimento.

La sfida, ha spiegato, non è soltanto tecnologica ma culturale.

Occorre ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e nucleare, attraverso informazione e trasparenza.

Non a caso il governo ha previsto specifiche campagne informative finanziate con risorse pubbliche.

Dietro questa scelta c’è una convinzione sempre più diffusa in Europa: la transizione energetica non può poggiare esclusivamente sulle fonti rinnovabili.

Sole e vento rappresentano pilastri fondamentali della decarbonizzazione, ma la loro natura intermittente richiede fonti capaci di garantire una produzione continua.

In questa prospettiva il nucleare viene considerato da molti governi europei una tecnologia complementare e non alternativa alle energie rinnovabili.

L’Italia torna a discutere di nucleare dopo essere stata una delle nazioni pioniere del settore.

La storia dell’atomo italiano non comincia infatti negli anni Settanta, ma addirittura nel 1946.

Il Paese era appena uscito dalla guerra quando alcuni dei maggiori gruppi industriali italiani – dalla Fiat alla Pirelli, dalla Montecatini alla Falck, passando per Edison e Sade – decisero di investire nella ricerca nucleare fondando il primo centro italiano dedicato agli studi sull’energia atomica.

L’intuizione era semplice: senza energia non può esserci sviluppo industriale.

E negli anni del miracolo economico quella visione si tradusse rapidamente in realtà.

Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta entrarono in funzione le centrali di Latina, Garigliano e Trino Vercellese.

Con questi impianti l’Italia arrivò a occupare il terzo posto nel mondo per produzione di energia nucleare, dietro soltanto agli Stati Uniti e al Regno Unito.

Erano gli anni dell’ottimismo tecnologico.

L’atomo veniva percepito come il simbolo del progresso e della modernità.

Successivamente arrivò anche Caorso, in provincia di Piacenza, che entrò in funzione nel 1981.

Ma proprio mentre il programma nucleare italiano sembrava consolidarsi, la storia cambiò direzione.

La notte del 26 aprile 1986 il reattore numero quattro della centrale sovietica di Chernobyl esplose.

Le immagini della nube radioattiva attraversarono l’Europa e finirono nelle case degli italiani.

Fu uno shock collettivo.

La paura sostituì l’entusiasmo e il movimento ambientalista trovò una forza politica senza precedenti.

L’anno successivo gli italiani furono chiamati alle urne.

I tre referendum sul nucleare ottennero una larghissima maggioranza di voti favorevoli all’abrogazione delle norme contestate.

Formalmente i quesiti non imponevano la chiusura immediata delle centrali esistenti.

Politicamente, però, il messaggio era inequivocabile.

Tra il 1988 e il 1990 i governi decisero di spegnere progressivamente tutti i reattori.

Da allora il nucleare italiano è diventato soprattutto una questione di smantellamento.

Nel 2000 nacque Sogin, la società pubblica incaricata di decommissionare gli impianti e gestire i rifiuti radioattivi.

Un lavoro lungo, complesso e costoso che continua ancora oggi.

Il tentativo di rilancio arrivò nel 2009 con il governo Berlusconi.

L’obiettivo era riportare l’Italia nel nucleare civile attraverso accordi internazionali e nuove centrali.

Ma il terremoto e lo tsunami che nel marzo 2011 provocarono il disastro di Fukushima in Giappone cambiarono nuovamente il clima dell’opinione pubblica.

Il referendum dello stesso anno cancellò ogni prospettiva di ritorno all’atomo.

Quindici anni dopo, il contesto è completamente diverso.

La crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, l’aumento dei costi dell’energia e gli obiettivi climatici europei hanno riaperto il dibattito.

Non più sul nucleare tradizionale, ma su tecnologie profondamente diverse.

Il governo punta soprattutto sugli Small Modular Reactors, gli Smr, piccoli reattori modulari progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati sul posto.

La loro dimensione ridotta dovrebbe garantire maggiore sicurezza, minori costi e tempi di realizzazione più contenuti rispetto alle grandi centrali del passato.

Secondo le stime attuali, i primi impianti potrebbero diventare disponibili nel prossimo decennio, mentre i reattori di quarta generazione restano una prospettiva successiva al 2040.

Resta tuttavia aperta la questione decisiva: quanta energia nucleare servirà davvero all’Italia?

Lo stesso ministro Pichetto Fratin ammette che la risposta non esiste ancora.

Nel Piano nazionale energia e clima la quota ipotizzata oscilla tra l’11 e il 22 per cento del fabbisogno elettrico.

Una forbice ampia che testimonia quanto il percorso sia ancora in fase preliminare.

Ancora più delicato è il tema delle scorie radioattive.

Da oltre vent’anni l’Italia cerca un sito per il deposito nazionale destinato ad accogliere circa 98 mila metri cubi di rifiuti radioattivi provenienti dalle vecchie centrali, dagli ospedali e dalle attività industriali.

Finora nessuna comunità si è mostrata disponibile.

Il ricordo della rivolta di Scanzano Jonico, nel 2003, è ancora vivo.

Allora il governo individuò il piccolo centro lucano come sede del deposito nazionale.

La protesta popolare fu così intensa da costringere l’esecutivo a fare marcia indietro.

Per superare questo stallo, la nuova legge punta sul principio della volontarietà.

I territori potranno autocandidarsi per ospitare impianti e depositi, ricevendo compensazioni economiche e benefici infrastrutturali.

Una strada che cerca di sostituire le imposizioni dall’alto con il consenso locale.

Sul fronte economico, il governo ha previsto uno stanziamento di 20 milioni di euro l’anno tra il 2027 e il 2029 per sostenere lo sviluppo del settore, oltre a risorse dedicate alle campagne informative.

Non sono cifre destinate a finanziare centrali, ma rappresentano il primo segnale concreto di una strategia industriale che punta a ricostruire competenze perdute da decenni.

Naturalmente le opposizioni contestano la scelta.

Per molti partiti sarebbe più efficace concentrare risorse e investimenti sulle energie rinnovabili.

Altri sollevano interrogativi sui costi, sui tempi e sulla reale competitività del nucleare rispetto alle tecnologie già disponibili.

Il confronto politico è destinato a proseguire nei prossimi mesi, mentre il disegno di legge passa all’esame del Senato.

Ma al di là delle divisioni, un dato appare ormai evidente.

Dopo quasi mezzo secolo di assenza, il nucleare è tornato al centro del dibattito nazionale.

Non significa che domani sorgeranno nuove centrali.

Non significa nemmeno che il progetto arriverà necessariamente a compimento.

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