La prima regola della prudenza è essere prudenti.
E i prudenti sono realisti, prima che ottimisti. Ma è inevitabile che un evento come quello di Riparte l’Italia a Bologna spinga ad essere un po’ più ottimisti di quello che la prudenza imporrebbe.
Perché è un evento, finalmente, dal vivo, con persone in carne e ossa sulla pedana e persone in carne e ossa che applaudono e perché non è stato un funerale. I prossimi mesi saranno duri, forse durissimi, la pandemia sta tornando, forse è tornata, un vaccino non ci sarà prima di Natale, forse della primavera. Ma nella giornata di Riparte l’Italia a Bologna sembra esserci un filo conduttore: l’Italia è meglio di come siamo abituati a dipingerla e ce la può fare.
Quando si guarderà indietro a questi mesi, ci tornerà prepotentemente davanti agli occhi quello slogan – “Andrà tutto bene” – che rimbalzava dovunque, dai muri alle vetrine, dalle finestre ai cartelli. E bisognerà spiegare a chi non c’era che non si trattava di ingenuo miracolismo, di rassicurante illusione e neanche di domestica scaramanzia. Piuttosto di positiva determinazione. Quella del “rimbocchiamoci le maniche e facciamo quel che c’è da fare”. E così si sono decongestionati i reparti rianimazione, i supermercati sono rimasti con gli scaffali pieni, operai e cassiere sono andati regolarmente a lavorare, dove si lavorava, invece di marcar visita.
Abbiamo scoperto che l’Italia non è solo quella degli evasori fiscali, della movida, delle auto in terza fila. Anche le elezioni appena concluse consegnano l’immagine di un paese alla ricerca di una solida stabilità (quattro governatori confermati su sei, un solo ribaltone) piuttosto che di catartiche spallate. E, dunque, un paese anarchico, ribellista, vittimista, caciarone, sfaticato e pasticcione si è dimostrato, invece, capace – per usare la splendida definizione di Mattarella – di essere un paese serio. Diciamolo: le lodi di una stampa da sempre italoscettica – dal Financial Times a Bloomberg al Wall Street Journal – a come l’Italia ha gestito l’emergenza hanno sorpreso, per primi, noi.
E’ il lascito, probabilmente, più prezioso che ci consegnano i mesi della pandemia. Non è la prima volta che, nei momenti più bui, l’Italia trova la forza di riprendersi e di aprire una fase nuova della sua storia. Questo è uno di quei momenti. Non va sprecato. Soprattutto, perché si incrocia con un altro tornante, inedito e inaspettato: la nuova Europa che riscopre la forza della solidarietà.
E, per uscire dalla retorica, ci mette concretamente in mano 209 miliardi di euro da spendere per la ricostruzione. Sono trent’anni che i governi possono solo tagliare. Ora abbiamo risorse per dare gambe all’Italia nuova in cui abbiamo scoperto di stare. Cominciando – come dicono tutti, non solo in questa giornata di Bologna – dalla scuola, dall’università, dalla ricerca. Nella consapevolezza che, come avviene sempre nelle grandi svolte, i frutti di quell’impegno si vedranno solo dopodomani.
Ma, allora, subito, di fronte all’autunno più duro dal dopoguerra che ci aspetta? Congelando l’economia, il virus ci consente, forse, di sgombrare il campo da vecchi cliché e di guardare in modo nuovo all’Italia nuova che può nascere. Partendo dal presupposto che, oggi, non può esistere modello di sviluppo che non sia a) verde, b) digitale.
Se questi sono i pilastri, anche il paese che gli dobbiamo disegnare attorno non è quello cui siamo abituati, imbalsamato, dalla Cassa del Mezzogiorno in su, nella grande cesura geografica fra sopra e sotto il Garigliano: la frattura, piuttosto che fra Nord e Sud, è fra centro e periferia, in generale nelle città e nelle regioni, anche se la quota di periferia, nel Mezzogiorno, è più ampia.
Da Bologna viene anche un altro messaggio. Dalla crisi non si esce se non si crea lavoro, dunque posti di lavoro, dunque consumi, dunque domanda. Nessuno ha citato Keynes e le terapie eretiche contro la Depressione degli anni ’30. Ma “il coraggio delle scelte”, così spesso invocato, presuppone, per essere efficace la capacità di dare una scossa all’economia, un pacchetto di investimenti-choc che rimetta in moto gli ingranaggi e diffonda fiducia. Su dove intervenire subito c’è solo l’imbarazzo della scelta. Come è stato detto a Bologna: “Ormai, quando piove, anche una città come Milano si allaga. Cominciamo da lì”.








