L’economia a picco. Le aziende non investono perché la domanda non c’è e di capacità produttiva ne hanno già fin troppa.
Troppi disoccupati affondano i consumi.
Che fanno i governi?
Si indebitano fino al collo per finanziare investimenti pubblici nell’energia pulita. E che succede?
L’economia rimbalza e si apre la strada ad una nuova era dell’energia: è il New Deal.
Cioè, dite voi, è la parabola dell’invocato Green New Deal di cui da mesi si continua a parlare, fra Europa e America, fino alla sazietà.
No, no: è proprio il New Deal, quello storico.
L’anno è il 1935, non il 2020 e i progetti di energia pulita sono le grandi dighe nella Tennessee Valley e sulle Alpi francesi.
La nuova era dell’energia era il passaggio delle campagne dal lume a petrolio alla lampadina elettrica.
Insomma, politici ed economisti di oggi non stanno inventando niente quando insistono sugli investimenti verdi: i grandi progetti simbolo che hanno avviato l’uscita dalla Grande Depressione degli anni ’30 erano, in effetti, investimenti in energia pulita.
E il motivo, sottolinea Laszlo Varro, un economista dell’Aie, il braccio energia dell’Ocse (l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati) è che, in una situazione come quella attuale, sono quelli che funzionano meglio e più in fretta: gli investimenti in energia assorbono, infatti, capitale rapidamente e stimolano subito costruzioni e industria manifatturiera.
Ecco perché il solenne impegno preso dall’Unione europea ad abbattere, già nel 2030, del 55 per cento le emissioni di anidride carbonica può essere la leva per lasciarsi alle spalle la depressione da Covid.
A patto di sapere che si tratta di un impegno gigantesco e che non basterà destinare alla transizione energetica un terzo dei 750 miliardi del Recovery Fund per saldare il conto.
La pandemia ha abbassato le emissioni perché ha soffocato l’economia: tenere la gente in smartworking, mentre chi va a lavorare, invece che in autobus, ci va in macchina, non basta.
Ridurre le emissioni del 55 per cento al 2030 significa, infatti, abbattere, in dieci anni, l’equivalente dei consumi di combustibili fossili della Francia, più quelli del Belgio.
Ci vuole, dice Varro, un investimento senza precedenti.
L’Aie calcola che massicci investimenti per tre anni nell’energia a livello globale alzerebbero del 4,5 per cento il Pil mondiale e creerebbero 9 milioni di nuovi posti di lavoro.
In Europa sarebbero 900 mila e si tratterebbe di lavori buoni, qualificati e ben pagati.
Quali?
In termini di aumento dell’occupazione, i più efficaci sarebbero quelli per la riconversione energetica degli edifici e per l’installazione di pannelli solari sui tetti.
In termini di quattrini, invece, significa che, da qui al 2030, l’investimento in energia dovrebbe raddoppiare, puntando ai 1.500 miliardi l’anno.
L’impatto sull’economia sarebbe tanto più cospicuo, in quanto l’energia pulita sostituisce le importazioni di gas e petrolio, da cui l’Europa è quasi completamente dipendente.
Ma significa puntare a realizzare 140 gigawatt di energia pulita.
Ovvero, l’equivalente dell’energia prodotta da 20 mila pale eoliche e 100 mila campi di calcio lastricati di pannelli solari.
E, conseguentemente, investire miliardi in nuove reti di distribuzione elettrica, elettrificare i trasporti e, soprattutto, le auto.
La grande industria automobilistica europea deve compiere una riconversione a 90 gradi: oggi, non c’è neanche un’azienda nelle prime 5 imprese produttrici di batterie.
Tutto questo è troppo difficile? In realtà, un po’ meno di quanto sembri.
Il disastro della pandemia ci fa anche qualche regalo. Sotto il profilo finanziario, infatti, questo è il momento buono per osare molto con l’energia pulita.
Investire nell’eolico o nel solare significa spendere molto all’inizio.
Poi, una volta che gli impianti ci sono, i costi di gestione sono modesti: il combustibile è gratis.
Ecco l’occasione: oggi, con i tassi di interesse stracciati che ci sono adesso, il denaro costa molto poco e l’investimento iniziale è meno pesante.
Per lo stesso motivo, non è detto che lo sforzo debba ricadere tutto sulla mano pubblica.
L’Aie, anzi, è convinta che il grosso lo debbano e possano fare i privati.
In fondo, con i tassi di interesse quasi a zero e un contratto che garantisca a lungo termine la fornitura, mettere in piedi una centrale eolica o solare non è molto diverso da comprare obbligazioni: metti i soldi all’inizio e poi incassi serenamente quelli delle bollette.








