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[L’analisi] Draghi di lotta e di governo. L’accerchiamento, la linea del Piave e la trappola di giugno

Il giorno dopo la conferenza stampa di Mario Draghi a margine del Cdm sui provvedimenti per arginare il caro bollette e far ripartire il Superbonus, i principali notisti politici italiani ragionano sulle parole del premier e sulla distanza – nei toni – dalla strigliata che il premier aveva riservato alla maggioranza la sera prima. Analizzando punti di forza dell’azione di governo, rischi per il Paese derivanti dalle turbolenze della maggioranza e anche possibili trappole politiche.

Di lotta e di governo

C’è un Draghi di lotta e di governo, scrive Francesco Manacorda su Repubblica analizzando la conferenza stampa di ieri. “In ventiquattr’ore appena il presidente del Consiglio ha mostrato due facce all’apparenza opposte. Durissimo e insofferente con i partiti giovedì, conciliante e propositivo ieri. Quando ha indossato i panni per lui più abituali dell’uomo che risolve problemi e ha messo la firma assieme al suo «bellissimo governo» sotto provvedimenti «per quasi otto miliardi, senza scostamenti di bilancio», destinati in gran parte a evitare che il caro-energia bruci la ripresa che la fine della pandemia promette di consegnarci. Ma le due facce di Draghi, a ben guardare, sono una sola. Lo ha spiegato lui stesso ieri, in una conferenza stampa — anche in questo caso dai toni più distesi rispetto alla precedente, nella quale rassicurava polemicamente i troppi e troppo interessati al suo destino che era perfettamente in grado di trovarsi un lavoro da solo — in cui ha detto alle segreterie dei partiti che «il governo e io abbiamo sempre offerto la massima disponibilità» prosegue Manacorda.

Il governo non è la Bce

“Non è il «whatever it takes» di francofortesca memoria che alcuni avrebbero voluto”, prosegue Manacorda. Non lo è perché governare l’Italia guidando un esecutivo di emergenza nazionale tenuto finora insieme solo dalla minaccia pandemica non è come condurre il board della Banca centrale europea. E soprattutto perché i conti del Paese e il suo debito pubblico consentono al massimo un “whatever we can”, un più modesto “tutto ciò che sarà possibile fare” al posto di “tutto ciò che sarà necessario fare”. Gran parte della maggioranza avrebbe voluto vedere di più, magari mettendo in campo l’agognato scostamento di bilancio. Ma cambiare con un colpo di penna le coordinate sulla carta geografica difficilmente consente di trovare la rotta migliore. Anzi, il più delle volte si rischia di fare naufragio” chiosa Manacorda.

La linea del Piave

“Serviva mettere un punto dopo quei quattro voti in Parlamento su cui il Governo era andato sotto ma i toni pacati di ieri solo apparentemente chiudono le ostilità” scrive Lina Palmerini, notista del Sole 24 Ore.

“Non a caso cita quella che considera la sua “linea del Piave” per far marciare il Pnrr, il blocco di tre riforme su fisco, concorrenza e codice degli appalti. È su quel terreno che si misurerà quanto è stato efficace l’aut aut – «così non si va avanti» – e se gli ha fatto guadagnare più forza negoziale con i partiti. In fondo è da quando si è chiuso il capitolo della successione al Quirinale che ci si chiede se il premier sia più o meno forte di prima e lui, ieri, ha offerto un banco di prova. Quelle tre riforme agganciate al Piano europeo che sono il “cuore” dei nostri prossimi impegni con l’Europa. Li ha citati espressamente ed espressamente ha ricordato che la delega sul fisco – revisione del catasto inclusa – «nonostante le diverse opinioni è stata votata all’unanimità e ora è difficile cambiarla». 

Rovesciare il tavolo 

“Ma Draghi ieri ha mostrato dove si può rovesciare il tavolo. «Ho ricordato quello che è il mandato del Governo, creato dal capo dello Stato, per affrontare certe emergenze e conseguire certi risultati». Quella resta la sua forza, l’intenzione di andarsene spalancando la porta a (molto) probabili elezioni. Sullo sfondo resta Mattarella che vigila sul Piano Ue ma senza interferire nelle dinamiche parlamentari e restando in quegli ambiti di garanzia previsti dalla Costituzione, senza fughe in avanti su terreni impropri”.

La trappola di giugno 

“Nel caso Milleproroghe nessuno è innocente e adesso c’è chi cerca l’incidente politico. E c’è chi arriva perfino a indicare la data del «fatto»: a giugno, dopo la seconda tranche del Pnrr” ammonisce il notista politico del Corriere Francesco Verderami. “Perché nel Palazzo non si nutrono dubbi sul fatto che si verificherà un incidente politicamente rilevante. Draghi ovviamente ha compreso l’andazzo e la «strigliata» alle forze di maggioranza è stata una mossa preventiva per tentare di bloccare lo stillicidio”. 

La sindrome delle mani libere 

“A meno di un mese di distanza il governo dei «due Presidenti», passaporto per la stabilità e polizza di assicurazione nei confronti dell’Europa e dei mercati finanziari, viene declinato dalla maggioranza con una disinvoltura sospetta. Si sapeva che un anno elettorale acuisce i contrasti tra partiti diversi e potenzialmente antagonisti. Ma che si registrino così presto e quando alla fine della legislatura mancano circa dodici mesi, tranne sorprese sciagurate, va al di là delle previsioni più scoraggianti” commenta Massimo Franco nella sua nota politica quotidiana sul Corriere. 

“E come se la doppia garanzia offerta dal capo dello Stato e dal premier fosse stata unilateralmente disdetta dalle forze politiche. Di colpo sembra che ne basti una, quella di Mattarella, mentre l’altra diventa materia opinabile: uno strabismo istituzionale rischioso”

Accerchiare Draghi

“E come se un po’ tutti i partiti si fossero tacitamente dati di gomito per mettere tra parentesi un annodi faticosa concordia” prosegue Franco. “Dopo la caotica battaglia del Quirinale, che li ha visti incapaci di trovare una soluzione condivisa diversa dalla riconferma di Mattarella, ora sono tentati di accerchiare Draghi: come se fosse diventato il problema e non la garanzia; e come se il Piano per la ripresa e lo scudo anche internazionale che il premier offre non fossero più così importanti. Conterebbe di più il pulviscolo di interessi elettorali inseguiti per assicurarsi consensi che invece rimangono volatili: a destra e a sinistra. Somiglia a una strana «sindrome delle mani libere», che a uno sguardo meno superficiale oltre a colpire il capo del governo diventa uno sgarbo al presidente della Repubblica” sottolinea Franco. 

Contro la volontà del Quirinale 

“Se Mattarella ha accettato la ricandidatura, è stato soprattutto per consentire che le riforme avviate a febbraio del 2021 non subissero una pericolosa battuta d’arresto; e che Draghi potesse Continuare a attuarle nonostante l’eterogeneità della sua coalizione. La diversità e l’assenza di una coloritura politica doveva e dovrebbe essere un elemento di forza, non di debolezza. Di più: nell’ottica del Quirinale la trasversalità è stata e rimane un’opportunità di rilegittimazione per partiti che da tempo non riescono a mobilitare nemmeno il proprio elettorato. Quanto stiamo vedendo, invece, promette di andare in direzione opposta. 

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