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[Il retroscena] L’ira di Draghi: «Sto qui per fare le cose. Per perdere tempo trovatevi un altro»

Occorre garantire i voti in Parlamento sui provvedimenti che sono stati decisi in Consiglio dei Ministri o così non va. Mario Draghi va dritto al sodo parlando con i capi delegazione in una breve cabina di regia chiedendo con nettezza la garanzia di risultati fattivi e invitando tutti a valutare la situazione politica che si è creata anche dopo il voto parlamentare sul milleproroghe.

I capi delegazione hanno tentato di derubricare a dinamica parlamentare – si racconta – quanto accaduto, ma il premier ha ribattuto con nettezza che si tratta invece di sostanza e merito politico. 

Basta smarcarsi 

E al riguardo ha ricordato che il Capo dello Stato Mattarella lo ha voluto a capo del governo per fare determinate cose che devono essere portate avanti, come ad esempio la concorrenza, la giustizia, gli appalti. Draghi ha spiegato che non sfugge a nessuno il fatto che provvedimenti approvati all’unanimità in Consiglio dei Ministri poi vengano smentiti con atteggiamenti che negano l’unanimità iniziale. Bisogna quindi recuperare un rapporto politico -secondo il presidente del Consiglio – per concludere e ottenere risultati, tutto va tradotto in azione. 

“Sto qui per fare le cose”

Il presidente ha fatto l’esempio della delega fiscale: “così non si può andare avanti, questo governo non esiste per stare al potere, non faccio buon viso a cattivo gioco – ha detto – sto qui per fare cose e per idealismo. La questione è politica e se non si riprende un percorso fattivo orientato ad ottenere i risultati, questa questione politica diventa un problema”.

Rischio crisi 

Il governo esce a pezzi da una notte di urla, spintoni e caos nelle commissioni Bilancio e Affari costituzionali della Camera tanto che il premier Mario Draghi convoca i capi delegazione di maggioranza per una strigliata che sa di ultimatum. Il governo ha incassato ben quattro sconfitte su altrettanti emendamenti.

Il confronto con Mattarella 

Mario Draghi così non perde tempo e non appena atterrato proveniente dal Consiglio europeo di Bruxelles sale al Colle – richiamato dal presidente, sottolineano fonti parlamentari – per riferire della crisi ucraina ma anche per fare il punto con il capo dello Stato che fonti di governo definiscono preoccupato per quanto avvenuto nella notte in Parlamento.

Il governo cade sotto i colpi della maggioranza

Un Parlamento, forse rivitalizzato proprio dalla rielezione di Mattarella e dalle spinte della Consulta a legiferare, mostra però segnali di incontrollabilità. Anche se in verità quanto accaduto in commissione sembra frutto di scelte precise dei partiti di maggioranza. Basta esaminare i provvedimenti e le indicazioni di voto trasversali nonostante i pareri negativi dell’esecutivo. Durante l’esame delle modifiche al decreto Milleproroghe, il governo è andato sotto quattro volte e in alcuni casi la maggioranza si è spaccata.

Contro il parere dell’esecutivo sono passati gli emendamenti che prevedono il dietrofront sull’Ilva e sul tetto al contante così come sono state approvate norme sulle graduatorie della scuola e i test sugli animali. Più in particolare la maggioranza si divide su un provvedimento dal forte valore simbolico – approvato da pochissimo – come il tetto al contante che viene in un attimo riportato a 2000 euro. La Lega e FI hanno votato infatti con l’opposizione rappresentata da Fratelli d’Italia. Una modifica passata per un solo voto con il parere contrario del governo.

Altro scossone si verifica sull’Ilva: la norma originaria cambiava la destinazione di parte dei fondi Riva che ora tornano a poter essere utilizzati per le bonifiche. In questo caso sono Fratelli d’Italia e Lega a votare a favore in sintonia con il parere del governo. Anche sulle graduatorie per l’Istruzione il governo aveva dato parere favorevole a una riformulazione che però è stata bocciata dalle commissioni.

Giorgetti: grave due volte

Come se non bastasse l’esecutivo è andato sotto anche sulla norma che prorogava la sperimentazione animale per soli sei mesi. L’emendamento approvato, con il parere contrario del governo, ha allungato la sperimentazione fino al primo luglio del 2025. La sintesi del caos che si sta impadronendo della coalizione viene da un ministro governista della Lega, Giancarlo Giorgetti: “se i capigruppo non controllano i gruppi è grave, ma se li controllano e questo è il risultato voluto è peggio”. 

“Trovatevi un altro”

Il retroscena più documentato della burrascosa riunione lo scrive Tommaso Ciriaco su Repubblica.

“Si avvicina a passi rapidi al tavolo della riunione. Non sorride, non c’è niente da ridere. Per la prima volta da quando è a Palazzo Chigi, Mario Draghi mostra invece tutta la rabbia del mondo. «Non siamo qui per scaldare la sedia e neanche per perdere tempo – dice ai ministri capidelegazione – Se ai partiti e al Parlamento non va bene questo governo, trovatevi un altro governo». Rabbia fredda, insomma. Affondo lucido per chiarire che non tollererà oltre, perché il capo dell’esecutivo non considera gli incidenti parlamentari legati al merito dei dossier o al metodo di lavoro con i partiti. 

C’entra la politica, la disponibilità dei leader di andare realmente avanti, senza cedere alle preoccupazioni elettorali. «Quanto successo nelle ultime ore è grave. Un voto unanime in consiglio dei ministri non pub essere sconfessato un minuto dopo in commissione. Così non si va avanti». Non è un fulmine a ciel sereno, ma i ministri non si aspettavano uno sfogo così duro. Le montagne da scalare, lascia intendere Draghi, non prevedono sgambetti tra compagni di cordata. «Ci sono delicate questioni internazionali – elenca con puntiglio – Dobbiamo approvare la legge sulla concorrenza, altrimenti perdiamo risorse. Abbiamo una delega fiscale ferma». Silenzio attorno al tavolo. Non è finita, non finisce più: «Se dobbiamo fare un anno di campagna elettorale, allora tanto vale dirlo chiaramente: abbiamo scherzato».

Pronto a dimettersi

Per la prima volta, Draghi pronto a dimettersi, se il governo non sarà rimesso in condizione di lavorare seriamente. È andato a parlarne con Mattarella, con il quale aveva appuntamento per confrontarsi sulla crisi ucraina e sulla sua prossima missione a Mosca. Poi ha riunito i capigruppo della maggioranza e li ha strigliati per le quattro votazioni in cui, nella notte tra mercoledì e giovedì, il governo è andato sotto alla Camera. La più indicativa riguardava il tetto per l’uso dei contanti, riportato aduemilaeuro grazie al voto unitario del centrodestra. Rivendicato dai tre leader, Salvini, Meloni e Tajani, come un successo della rinata coalizione, fin qui divisa tra governo e opposizione. E duramente contestato da Conte, che da presidente del consiglio aveva introdotto il limite abolito con il voto. 

Il governo fa le riforme o non serve

“Il messaggio del premier è stato chiaro: così non si va avanti. Vuol dire che non è disposto ad accettare nuovi episodi di questo genere, che se dovessero riproporsi lo porterebbero alle dimissioni. Una crisi, a un anno dall’insediamento del governo d’emergenza, sarebbe l’anticamera di elezioni anticipate. Tra una cosa e un’altra un blocco di minimo tre – quattro mesi, che l’Italia non può permettersi” continua nel suo ragionamento Marcello Sorgi, vice direttore de La Stampa e attento notista politico.

Non basterà l’ombrello

“Ma difficilmente il richiamo all’ordine di Draghi, anche se ha ventilato la possibilità di dimettersi, verrà accolto. Per capirlo, era sufficiente osservare l’atteggiamento dei capigruppo, che hanno ascoltato in silenzio il rabbuffo del presidente delconsiglio e un minuto dopo sono andati alla Camera a mormorare ai loro parlamentari che è lui che deve cambiare atteggiamento, altrimenti loro non sono in grado di garantire un bel niente” chiosa Sorgi. 

“Magari, dopo la tempesta dell’altra notte, arriverà la quiete e il solito compromesso. Male nuvole restano nere. E la sensazione è che nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, non basterà portarsi l’ombrello” conclude Sorgi.

L’asse con Mattarella 

“L’ impressione è che il colloquio di ieri tra Sergio Mattarella e Mario Draghi abbia avuto anche un valore simbolico” scrive Massimo Franco sul Corriere. “E avvenuto prima dell’incontro del premier con i capi delle delegazioni dei partiti governativi. E dopo le ennesime tensioni all’interno di una maggibreareche fatica a resistere agli istinti elettorali, e dunque a rimanere unita. Di fatto, è servito a ribadire ancora una volta che l’arte lungo il quale si muove Palazzo Chigi è quello col Quirinale; e che ogni mossa e iniziativa sarà concordata con Mattarella. Il segnale è destinato in primo luogo alla coalizione. Lascia indovinare il disappunto del presidente del Consiglio per la disinvoltura con la quale alcuni partiti votano contro le misure del governo; e l’intesa con un capo dello Stato che ha accettato la rielezigpe,, soprattutto per favorire le riforme collegate agli aiuti europei. Ma quanto sta avvenendo non appare rassicurante. 

Il rischio logoramento

“Il rischio – prosegue Franco sul Corriere – è quello di un logoramento oggettivo, perfino al di la della volontà delle singole forze politiche. E non è tanto una conseguenza della decisione della Corte costituzionale che mercoledì ha ammesso i cinque referendum sulla giustizia: quello, al massimo, è un problema aggiuntivo. La preoccupazione nasce dalla debolezza di partiti che, In assenza di una visione strategica, hanno deciso tacitamente di iniziare la campagna elettorale subito dopo il voto per il Quirinale E tendono a scaricare su Palazzo Chigi e sulla sua agenda tensioni e distinguo reciproci che vanno letti soprattutto in un’ottica di fine legislatura. La domanda è se contrasti destinati ad accentuarsi di qui al 2023, possano già dominare l’atteggiamento verso il governo. Si sta aprendo un conflitto strisciante che le bacchettate di Draghi non riescono per ora né ad arginare ne a chiudere”. 

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