Su La Stampa, Gianni Oliva riflette sull’attuale fase della politica italiana, descrivendola come una continua ridefinizione di schieramenti e identità: dal riformismo di centro ai tentativi di rilancio della Lega, dal campo largo della sinistra fino alla destra divisa tra vocazione di governo e spinte identitarie, con il generale Vannacci capace di attrarre elettori delusi, arrabbiati e nostalgici.
Secondo Oliva, dietro queste nuove collocazioni politiche manca però una reale definizione di contenuti.
A suo giudizio, la fine delle grandi ideologie non ha prodotto nuovi progetti, ma ha lasciato spazio a etichette prive di un programma riconoscibile.
Concetti come “riformismo”, osserva, evocano moderazione e dialogo, ma risultano difficili da tradurre in obiettivi concreti, tanto che a emergere sono soprattutto nomi e leadership più che idee.
L’autore estende la stessa critica alla sinistra, che continua a richiamarsi ai temi della giustizia sociale e dei diritti senza riuscire a individuare priorità condivise, mentre il dibattito resta concentrato su alleanze e leadership.
Per la destra, aggiunge, la situazione sarebbe ancora più complessa: ceduta la componente più radicale a Vannacci, resta da costruire un moderno modello liberale privo di solidi riferimenti culturali.
In questo contesto, sostiene Oliva, il confronto politico finisce per ridursi a polemiche e contrapposizioni personali.
Di conseguenza gli elettori scelgono spesso in base all’appartenenza ideologica del passato, alle emozioni del momento o alla protesta, mentre cresce il numero di chi rinuncia del tutto al voto.
L’editoriale si conclude con una riflessione critica sulla qualità della classe dirigente italiana: in una fase internazionale segnata da guerre e profonde trasformazioni, la politica appare più impegnata nelle strategie elettorali e nei calcoli sulle alleanze che nella definizione di progetti per il futuro del Paese.








