Nell’anno X, la terra è colpita da un’epidemia a lungo covata, determinata dagli incauti comportamenti perseguiti dagli umani nell’arco di un lungo lasso di tempo.
Gli effetti sono esiziali, colpiscono tutti, in maggior misura i paesi poveri.
L’emergenza è acuta, bisogna far presto.
Tra le case farmaceutiche parte la gara al vaccino.
La posta in gioco è la futura, lauta torta di profitti.
Sorprendentemente non vince una multinazionale di antico vantaggio comparato, ma l’impresa del paese Y che, peraltro, per conquistare tutto il mercato, spinge, con sussidi e aiuti, a produrre molto più del fabbisogno della sua pur ampia popolazione.
Il resto del mondo cosa fa?
Contesta il risultato, impugna al WTO il modo in cui è stato conseguito, chiude per questo le sue frontiere?
No. Accorre a rifornirsi della gran quantità di vaccini di Y che consentono di porre termine alla pandemia.
E sono i paesi più poveri, quelli a rischio imminente, a beneficiare maggiormente dei bassi costi e del miglioramento qualitativo (learning by doing) consentiti dal prolungato processo di sovrapproduzione.
Non si sta ovviamente parlando di una futura pandemia.
X è ora, la Cina è Y, l’epidemia è il global warming, il vaccino è l’elettrificazione, lì dove possibile, con fonti pulite.
La Cina è in effetti la sola economia che ha intrapreso la transizione energetica alla scala e alla velocità adeguate ad affrontare un’emergenza a carattere globale.
Si stima che la sua capacità produttiva in GW sia in grado di soddisfare il fabbisogno annuale mondiale di installazioni per stabilizzare, globalmente, il clima.
Una capacità produttiva, quindi, in eccesso per la Cina, non per il pianeta.
In tale ottica, l’azzeramento dell’eccesso, per chiusura degli sbocchi, sarebbe un danno non solo per la Cina, comparabile alla distruzione di vaccini.
Si tratta di una metafora con tutte le sue forzature.
È, però, sbagliata solo nella misura in cui i tempi della crisi climatica non sono così rapidi (c’è infatti anche l’adattamento), talchè, auspicabilmente, rimangono spazi in occidente per proteggere e promuovere, più intelligentemente ed efficacemente che in passato, le produzioni nazionali rispetto a quelle cinesi.
Anche in questa ipotesi di disponibilità di tempo, tuttavia, sarà inevitabile che, come sta già avvenendo sotto la spinta degli alti costi energetici, i paesi a rischio di Africa e Asia si stacchino da Usa e Ue e prendano decisamente ad acquistare i sovrabbondanti “vaccini” cinesi.








