Chi aspetta i fuochi d’artificio per la riunione della Bce di giovedì rimarrà a bocca asciutta.
Christine Lagarde, secondo gli analisti, tirerà il freno a mano.
Dopo il ritocco dello 0,25% di giugno, i tassi d’interesse resteranno esattamente dove sono. Nessun movimento.
Una pausa di riflessione estiva che sa tanto di melina a centrocampo, in attesa che l’autunno chiarisca le idee a falchi e colombe.
Insomma, a luglio la Bce va in surplace, lasciando il tasso di riferimento congelato al 2,25%.
Il motivo di questo attendismo da bagnasciuga è semplice: l’inflazione ha concesso una fragile tregua, scendendo a giugno al 2,8%.
Una boccata d’ossigeno per le tasche dei cittadini e per i forzieri di Francoforte.
Ma non cantiamo vittoria.
I rischi geopolitici continuano a tenere alta la pressione e la Bce teme i cosiddetti “effetti di secondo livello”, ovvero che una nuova fiammata dei costi energetici o delle materie prime possa infettare di nuovo i salari e i prezzi al consumo.
Per questo, anche se giovedì non succederà nulla, la Lagarde manterrà il tono severo.
Gli analisti, d’altronde, hanno già disegnato la mappa dei prossimi mesi.
Gli esperti di Generali Investments spiegano che l’attuale scenario offre un po’ di conforto ai mercati, consentendo di congelare temporaneamente il tasso al 2,25%.
Tuttavia, lo sguardo è già rivolto a settembre.
Ulrike Kastens, economista di DWS, fa notare che le aspettative sui prezzi restano ancorate, ma la forte volatilità impone prudenza.
La previsione degli esperti è che l’estate sarà calma, ma a settembre potrebbe arrivare un nuovo e probabile ultimo ritocco verso l’alto per blindare definitivamente l’inflazione.
C’è però una sottile linea rossa che collega i corridoi ovattati di Francoforte con i tinelli delle famiglie italiane.
Una linea fatta di numeri, percentuali e, soprattutto, di sogni nel cassetto.
Per i mutui la tregua estiva della Bce non è esattamente una liberazione.
Chi ha un contratto a tasso variabile naviga ormai in acque agitate: l’Euribor a 3 mesi fluttua intorno al 2,4%, digerendo a fatica la stretta di giugno.
In soldoni, significa che su un mutuo trentennale da 100 mila euro la rata mensile si è appesantita di un’altra quindicina di euro, portandosi sopra quota 540 euro.
Poca cosa?
Moltiplicatelo per gli anni e per le altre spese correnti.
Il conto diventa salato.
Chi decide di fare il grande passo non vuole scommesse e si rifugia nel fortino del tasso fisso, paga per un ventennale sul 3,5%.
Le banche, dal canto loro, sono diventate guardinghe: hanno inasprito i criteri di concessione del credito, spaventate dal rischio.
Comprare casa, insomma, resta impegnativo.
Se le famiglie sono in sofferenza, l’economia reale non ride affatto.
Il denaro caro agisce come una colata di cemento sulla crescita economica.
Gli esperti dell’Eurotower hanno dovuto prendere atto della realtà, correggendo al ribasso le stime di crescita del Pil dell’Eurozona per l’anno in corso a un anemico 0,8%.
La locomotiva europea ha il motore ingolfato dall’incertezza e da costi che non vogliono saperne di scendere in modo strutturale.
A guardare le grandi istituzioni internazionali, lo scenario si fa persino più cupo.
Il Fondo Monetario Internazionale vede la crescita europea bloccata al +0,9%, mentre per l’Italia le stime della Banca d’Italia per i prossimi mesi descrivono una crescita “contenuta”, che rischia di fermarsi a un misero 0,6%.
Se la Bce giovedì decidesse una nuova stretta immediata, il rischio concreto sarebbe quello di spingere l’intera area euro in una recessione tecnica, quello che gli analisti definiscono lo “scenario severo”, con un Pil che crollerebbe allo 0,5%.
Ecco perché giovedì la Lagarde sceglierà la via del compromesso: armi spuntate, toni duri ma dita incrociate.
E sui mercati finanziari?
Qui la prudenza di Francoforte si riflette specularmente sugli specchi di cristallo delle Borse europee, dove l’ottimismo di inizio estate ha ceduto il passo a un nervosismo da sala d’attesa.
Piazza Affari e le consorelle del Vecchio Continente si muovono con circospezione, ma con un orecchio teso alle notizie geopolitiche.
Le ultime indiscrezioni su una possibile tregua diplomatica nei teatri di crisi internazionali stanno offrendo una scialuppa di salvataggio ai listini, iniettando una timida dose di ottimismo dopo settimane di pura volatilità.
I mercati, spiegano gli operatori, hanno già interamente “digerito” e prezzato lo stop di luglio al 2,25%.
La vera ansia dei gestori riguarda lo scenario autunnale.
Se la Lagarde giovedì dovesse usare parole troppo aggressive, i titoli di Stato, a partire dai nostri Btp, tornerebbero immediatamente sotto pressione, spingendo all’insù lo spread.
Al contrario, la prospettiva di una tregua globale combinata con un messaggio equilibrato di Francoforte potrebbe concedere una clamorosa boccata d’ossigeno al comparto azionario.
Nel frattempo, gli investitori preferiscono non rischiare troppo: tengono d’occhio i titoli ciclici e scommettono che la pausa estiva della Bce aiuti a stabilizzare i portafogli.
La Bce si prende un’estate di tempo per capire se la cura di giugno ha funzionato, con buona pace di chi sperava in un miracolo sotto l’ombrellone.








