La guerra in Iran “non è la guerra dell’Europa”.
L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas riassume senza giri di parole la posizione dei 27 dopo il consiglio affari esteri, chiamato a trovare un punto di convergenza anche in vista del vertice dei leader di giovedì.
Detto questo, “gli interessi dell’Europa sono a rischio” e nessuno vuole un “conflitto prolungato” né, tantomeno, un blocco indefinito dello stretto di Hormuz.
L’obiettivo, allora, è di trovare soluzioni diplomatiche, anche innovative — un esempio è l’iniziativa del Mar Nero che sbloccò l’export del grano ucraino, coinvolgendo l’Onu e un Paese dell’area, perché si comporti da garante.
“Nel fine settimana ne ho parlato con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres”, fa sapere Kallas, evidenziando come la prossima crisi potrebbe essere alimentare dato che la situazione è problematica “per quanto riguarda i fertilizzanti”.
“E se quest’anno ci sarà una mancanza di fertilizzanti, l’anno prossimo si verificherà una carenza di cibo”, ha messo in guardia.
Naturalmente nulla è scritto sulla pietra, siamo solo alle battute iniziali ma la presenza di Guterres al Consiglio Europeo può dare un impulso all’ipotesi.
D’altra parte, i 27 “non hanno alcun appetito” a cambiare il mandato alla missione navale Aspides ed estendere così l’area d’intervento allo stretto di Hormuz.
Tutt’al più la si potrà rafforzare — il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha notato che l’Italia su questo potrebbe contribuire — con nuove capacità, fermo restando il perimetro attuale, ovvero il Mar Rosso (che resta zona d’interesse visto gli sforzi dell’Arabia Saudita di spostare l’export verso il porto di Jedda e, al contempo, il rischio che continuano a porre gli Houthi).
C’è poi un altro aspetto.
Le forze navali europee sono limitate e bisogna continuare a garantire la protezione di Cipro (Francia, Spagna, Italia e Gran Bretagna si sono impegnate).
Parigi ha poi già inviato due navi nel mar arabico senza però vincolarle (ancora) al comando di Aspides, proprio perché non è chiaro se prenderà piede o meno la coalizione dei volenterosi ipotizzata da Emmanuel Macron al G7 (l’Eliseo immagina una forza di pattugliamento congiunta una volta terminati i combattimenti e ne sta discutendo con altri Paesi, tra cui Stati europei e del Golfo).
Insomma, le idee non mancano.
Però, come ha sintetizzato Kallas, “nessuno vuole entrare attivamente nel conflitto”.
Dunque si torna alla diplomazia.
I 27 hanno pranzato (a quattr’occhi) col ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, che ha condiviso la fresca esperienza negoziale con l’Iran proprio per permettere a due gasiere di attraversare lo Stretto.
Ecco, l’India potrebbe essere un ottimo candidato per il ruolo di mediazione, così come lo fu la Turchia nel Mar Nero.
“Se si tratta di un accordo simile a quello sui cereali, è necessario trovare uno sponsor nella regione”, spiega una fonte europea.
Non è sicuro però che Nuova Delhi abbia una leva sufficiente.
Un altro nome è quello dell’Oman.
Nel corso della conferenza stampa finale, a Kallas è stato fatto notare che, stando al ministro degli Esteri Araghchi, lo Stretto sarebbe chiuso “solo per i nemici dell’Iran”.
“È stato tra gli argomenti di discussione con Jaishankar”, ha precisato l’alto rappresentante.
“Tuttavia” — ha chiosato — “non si tratta solo di stabilire se siamo nemici o meno, perché nel trasporto marittimo sono in gioco tantissimi attori: le compagnie assicurative, i cui prezzi salgono, o gli equipaggi delle navi, dove è il capitano a decidere se la nave parte, assumendosi il rischio.
E se non si sentono abbastanza sicuri, non mettono a rischio i loro equipaggi”.
In pratica bisogna poter mostrare risultati concreti e tangibili sulla sicurezza “Nessuno può costringere gli equipaggi ad affrontare una situazione pericolosa”, avverte Kallas.








