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Iran: un conflitto destinato a durare | L’analisi di Rocco Cangelosi

La fine della guerra in Iran non sembra essere a portata di mano, nonostante le dichiarazioni di Trump che continua a ripetere di aver “già vinto” o di essere vicino alla vittoria.

La realtà lo smentisce: non esiste un accordo, non esiste un cessate il fuoco, non esiste un risultato politico che possa essere presentato come successo.

La distanza tra la narrazione della Casa Bianca e i fatti sul terreno è ormai uno degli elementi centrali della crisi.

Diversi fattori convergono nel suggerire che la guerra non sia affatto prossima a una conclusione:

L’assenza di un vero negoziato: Teheran nega qualsiasi trattativa e accusa Washington di costruire una finzione diplomatica.

Senza un canale reale, la diplomazia resta un esercizio di facciata.

Condizioni iraniane irricevibili per gli Stati Uniti: ritiro delle basi americane dai Paesi vicini e piena sovranità sullo Stretto di Hormuz sono richieste incompatibili con gli interessi strategici di Washington.

Segnali di escalation militare: le intenzioni americane di inviare altri 10 mila marines nel Golfo indica che la Casa Bianca si prepara a un conflitto più lungo e potenzialmente più intenso.

Obiettivi iniziali fuori portata: cambio di regime, sollevazione popolare, libertà di navigazione garantita, sequestro dell’uranio arricchito.

Nessuno di questi traguardi appare oggi raggiungibile.

Pressioni contrarie al disimpegno: Israele non ha alcun interesse a un ritiro americano e spinge per mantenere alta la pressione su Teheran.

Allargamento del fronte: gli Houthi minacciano Bab el-Mandeb, aprendo un nuovo teatro nel Mar Rosso e complicando ulteriormente la gestione del conflitto.

Rischi per l’Europa: la vulnerabilità delle rotte energetiche mette i Paesi europei davanti a un dilemma strategico che non potrà essere eluso a lungo.

In questo quadro, il prolungarsi del conflitto appare la conseguenza logica di obiettivi incompatibili e pressioni divergenti.

Tuttavia, alcune vie di compromesso, pur difficili, restano teoricamente possibili.

Una prima ipotesi potrebbe essere un accordo limitato sulla sicurezza delle rotte marittime, che permetta a entrambe le parti di rivendicare un risultato senza affrontare subito le questioni più esplosive.

Una seconda via potrebbe consistere in un congelamento del conflitto, con una riduzione graduale delle operazioni militari in cambio di garanzie minime sullo Stretto di Hormuz.

Una terza possibilità, più ambiziosa, sarebbe un’intesa multilaterale sotto egida Onu che coinvolga Cina e Ue come garanti, offrendo a Teheran incentivi economici e a Washington una cornice internazionale per dichiarare un parziale successo.

Ma per il momento la parola resta alle armi, mentre a Islamabad si riuniscono i ministri degli esteri di Pakistan, Egitto, Arabia Saudita e Turchia nel tentativo di costruire un quadro negoziale più ampio e più credibile, capace di offrire a Teheran garanzie politiche e a Washington una via d’uscita che non appaia come una ritirata.

È un’iniziativa ancora fragile, ma rappresenta l’unico canale multilaterale in grado di trasformare un cessate il fuoco temporaneo in un equilibrio più stabile.

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