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Marco Impagliazzo (presidente Comunità di Sant’Egidio): «Non esistono paradisi inviolabili. Per questo il dramma dell’Ucraina ci spaventa più dello Yemen o della Siria»

I profughi dall’Ucraina sono come noi. Marco Impagliazzo presidente della Comunità di Sant’Egidio sul quotidiano cattolico Avvenire descrive questa novità che ci pone di fronte al dramma della guerra: “A decine, a migliaia, persone che fino a due settimane fa facevano una vita normale – la ‘nostra’ vita – si sono trovati a scegliere tra il restare in città e villaggi a proprio rischio e pericolo e affrontare un viaggio che è sempre un ignoto e comunque un esilio.

Leggendo le cronache, scorrendo le immagini, seguendo i filmati, non vediamo quel che siamo soliti associare alla parola “rifugiati”. Gli uomini sono in minoranza, i bambini sono tantissimi, le donne li accompagnano per mano, i vestiti sono caldi, le valigie nuove, ci sono gli animali di compagnia, i computer, i passeggini…

Un mondo simile al nostro mondo – scrive l’editorialista – è stato precipitato, dalla barbarie della guerra e dallo scatenarsi del nazionalismo, in una condizione impensabile fino a quel momento improbabile. In un batter d’occhio, senza che ci fosse una minima preparazione.

In Ucraina «scorrono fiumi di sangue e di lacrime», ha detto il Papa. Sono le lacrime e il sangue cui non eravamo abituati. Colpevolmente non lo eravamo, perché ci siamo cullati nell’illusione che palestinesi, siriani, yazidi, afghani, eritrei, tigrini, ahmara, yemeniti, congolesi, somali, rohingya, mozambicani, venezuelani, non fossero accostabili alla nostra esperienza esistenziale. Sbagliavamo.

Quanto accade a poche centinaia di chilometri a Est di Trieste ci ricorda che, drammaticamente, il mondo è uno solo, che il demone della guerra può colpire ora qua e ora là, che non esistono paradisi intoccabili nel mondo globalizzato.

Il dolore dei profughi che vengono da città più o meno come le nostre, che hanno dovuto lasciare appartamenti più o meno come i nostri, che hanno dovuto scegliere cosa portarsi dietro più o meno come faremmo noi, ha la stessa voce che avrebbe avuto il nostro dolore se il male che percorre la storia avesse colpito un po’ più a Ovest. Le storie sono identiche, i sogni pure, il desiderio di futuro lo stesso.

Quanto accade ci spingerà a riflettere di più, e in maniera diversa rispetto agli anni scorsi, sul tema dei richiedenti asilo? Non sappiamo quali saranno gli effetti sul breve e sul medio periodo. Resta in ogni caso la consapevolezza che questi anni difficili, il terribile tornante della storia che stiamo percorrendo, tra la pandemia e la guerra in Ucraina – conclude – ci stanno facendo comprendere sempre più come davvero, in questo mondo globalizzato siamo tutti sulla stessa barca”.

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