Nelle sue attese Considerazioni finali di qualche giorno fa, il Governatore di Bankitalia, Visco, ha confermato, con numeri eloquenti, i diffusi timori riguardo alla tenuta economica del Paese, aggiungendo che «I ritardi rispetto alle economie più avanzate non possono essere colmati con un aumento della spesa pubblica se non se ne accresce l’efficacia». Sì, dunque, a più spesa pubblica (nel duro post lockdown che ci attende, è fra le poche certezze), ma a condizione di accrescerne l’efficacia. Cioè renderla fruttuosa, procurando i risultati attesi.
Una ricetta forte, nella sua semplicità. Perché risparmiare (quando non se ne fa un dogma) è lecito, ma «spendere bene» è meglio.
Fa perciò molto bene, Visco, a richiamare (anzi, a riattivare) l’attenzione sul punto specifico dell’efficacia della spesa pubblica.
Perché – al solito – media e opinione pubblica restano concentrati sul rapporto fra denaro pubblico e corruzione (quella percepita, non quella effettiva), che è un grande problema, ma certamente non è l’unico problema del Paese. Cattivo uso (o, peggio, non uso) delle risorse pubbliche, da un lato, e mancate entrate, dall’altro lato, rappresentano – sempre – importanti opportunità perdute. E piaccia o non piaccia sono anch’esse un grande problema.
La corruzione è fenomeno di certo eticamente più grave e fa più notizia, ma gli sprechi di risorse e opportunità possono talora fare persino più danno, agli italiani.
Per la corruzione, la risposta del sistema è da sempre affidata anzitutto al codice penale, perché in questo caso il comportamento è elevato, per così dire, a dignità di reato.
Ma per sperperi e occasioni perdute la faccenda è differente: entrambi recano danno, ma non costituiscono anche reato. Il dato che al riguardo si impone, con la forza delle cose, è prima antropologico, poi logico, infine giuridico: l’incapacità non è né può essere elevata a reato. Perché un corrotto è un corrotto, mentre un incapace è un incapace, e le due cose si collocano (e restano) su piani differenti.
Ne consegue che il codice penale non è né può essere la soluzione per il problema degli sprechi. Non a caso, da sempre la risposta ordinamentale – sul punto – è affidata, in via esclusiva, alla Corte dei conti.
Perché alla Corte dei conti? Perché da Cavour in poi è sempre rimasta costante la convinzione che i magistrati e le famiglie giudiziarie non sono e anzi non devono essere in tutto e per tutto eguali, e che fra le magistrature debba essercene almeno una con vocazione specifica a cogliere il senso economico delle cose. E’ per questo che, a fronte dell’identità del nome professionale generico (“magistrato”), la sostanza può essere molto diversa. Semplifico, a costo di cadere nell’iperbole: la magistratura ordinaria giudica contratti e condotte alla luce del codice civile e di quello penale, la magistratura amministrativa giudica un atto in rapporto alla legge, solo la Corte dei conti giudica – con metro di valutazione che mescola il giuridico all’economico – della conformità delle scelte pubbliche al buon senso (ampliando dunque il campo dell’ «indesiderabile» ben oltre il confine dell’ «illecito» e dell’ «illegittimo», per ricomprendervi anche l’ «esagerato»).
Del resto, la Corte dei conti è l’unica fra le magistrature a contraddistinguersi per avere fra le sue fila, da sempre, anche laureati in economia.
La diversità strutturale del punto di vista tipico della Corte dei conti fa sì che ciò che nel suo campo elettivo di azione non ritroviamo (o ritroviamo solo secondariamente), della (tradizionale e in certa parte ancora intatta) dimensione penalistica, è la componente etica della riprovevolezza del comportamento: dinanzi al giudice contabile, il responsabile viene perseguito non tanto perché sia immorale la sua condotta, quanto perché – laicamente e utilitaristicamente – il danno che ha cagionato sottrae risorse e impedisce per conseguenza di realizzare (finanziandole) utili politiche pubbliche.
In questo, la prospettiva del danno erariale si rivela, a ben vedere, di formidabile modernità. A fortiori quando si parla di sprechi, a ragion veduta un giorno sì e l’altro pure additati all’opinione pubblica (sovente con sovrappiù di enfasi retorica e fremiti di sdegno), come uno dei grandi mali del Paese. Miliardi di euro in fumo, bruciati sull’altare di idee improbabili, deficit di visione, assente o insufficiente capacità realizzativa, svogliatezza e pigrizia nella gestione degli interventi. Nulla di tutto ciò è reato, ma tutto è ciononostante un problema. Un grosso problema. Un nostro problema.
Viviamo un’età complessa, eternamente in bilico fra opposte pulsioni e prigioniera di un clima distorto e irrisolto in cui non di rado si passa dall’invocare, la mattina, la competitività del sistema Paese (chiedendo alla PA di osare di più, innovando processi e prodotti), al reclamare, la sera, una punizione esemplare anche per il decisore amministratore non in dolo. Questa, e non altra, è la temperie nella quale vive il Paese dai primi anni Novanta ad oggi. Non il clima ideale, occorre dirlo, per cogliere che la differenza fra una presunta semplificazione e il disarmo totale (anche contro gli sprechi, cioè) può essere sottile, molto sottile.
Meglio, molto meglio una prudente modernizzazione (fissare un tetto al danno erariale risarcibile parametrato al reddito annuale da lavoro? ripensare daccapo una responsabilità dirigenziale che oggi, in tutta franchezza, sa un po’ di finzione?) che una semplicistica scorciatoia (sospendere sine die la responsabilità amministrativa per “colpa grave”, sic et simpliciter, lo sarebbe senz’altro).








