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Il Sud sorprende, il resto del Paese sbadiglia | L’analisi

Il vecchio luogo comune del Mezzogiorno zavorra d’Italia, almeno per quest’anno, può accomodarsi in soffitta.

Infatti è il Sud a mettere il piede sull’acceleratore.

Lo certifica l’Istat raccontando una storia che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata controcorrente: il Pil delle regioni meridionali nel 2025 cresce dello 0,6%, un soffio sopra lo 0,5% registrato nel Nord e nel Centro.

Una differenza minima sulla carta, sufficiente però a cambiare la narrazione.

I numeri dell’Istituto di statistica fotografano un Paese che cresce poco ma cresce ovunque.

Ma dietro questi dati ci sono dinamiche diverse.

Le costruzioni continuano a correre soprattutto nel Nord-Ovest (+4,1%) e nel Centro (+4%), mentre il Nord-Est trova nel commercio il suo motore principale (+2,7%).

Ma è il Mezzogiorno che, nel complesso, riesce a mettere insieme crescita economica e nuovi posti di lavoro, confermando quanto aveva già anticipato pochi giorni fa lo Svimez: per il quarto anno consecutivo il Sud cresce più della media nazionale.

Un evento che, secondo l’istituto, non si vedeva addirittura dai tempi del boom economico del dopoguerra.

Naturalmente nessuno stappa lo spumante.

Lo 0,6% non cancella decenni di ritardi infrastrutturali, produttivi e occupazionali.

Piuttosto rappresenta una fotografia incoraggiante, destinata però a essere messa alla prova molto presto.

Il vero esame arriverà infatti con la conclusione del Pnrr.

Dal primo luglio inizierà il tempo della verifica: capire se il Mezzogiorno sarà capace di continuare a camminare con le proprie gambe oppure se una parte della corsa era alimentata dalla poderosa iniezione di investimenti europei.

Il dato, inevitabilmente, diventa subito terreno di scontro politico.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega al Sud, Luigi Sbarra, legge nelle statistiche la conferma della strategia dell’esecutivo.

A suo giudizio il report Istat dimostra che “il Mezzogiorno rappresenta uno dei principali motori della crescita economica nazionale” e che le politiche di rilancio stanno producendo risultati concreti.

Di tono completamente diverso la replica dell’opposizione.

Elisa Pirro, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Commissione Bilancio al Senato.

Per la senatrice il +0,6% del Mezzogiorno è soprattutto il frutto dei cantieri del Pnrr ereditati dal governo Conte e non basta certo a cancellare il ritardo italiano.

Più istituzionale la lettura di Confindustria.

Il vicepresidente per le Politiche Strategiche per lo Sviluppo del Mezzogiorno, Natale Mazzuca, definisce il risultato “importante” perché dimostra che il Sud può contribuire in maniera decisiva alla crescita nazionale.

Il +0,6% del Pil e soprattutto il +1,5% degli occupati, osserva, testimoniano la vitalità delle imprese meridionali.

Ma aggiunge subito una postilla che vale quasi quanto il dato: i divari storici restano profondi e la crescita dovrà diventare strutturale.

Per riuscirci serviranno continuità nelle politiche industriali, regole certe, infrastrutture, credito, energia competitiva, competenze e una pubblica amministrazione più efficiente.

Mazzuca indica nella Zes Unica uno degli strumenti da rafforzare per attrarre nuovi investimenti e trasformare l’attuale slancio in sviluppo stabile.

Se il Sud sorride, il quadro generale dell’economia italiana resta però meno brillante.

Il Centro Studi di Confindustria invita infatti alla prudenza.

L’industria continua a resistere, ma i servizi rallentano, la fiducia delle famiglie si indebolisce e i consumi mostrano segni di stanchezza.

Il petrolio è ormai tornato sui livelli precedenti al conflitto in Medio Oriente, ma il conto della crisi energetica non è ancora stato saldato.

L’inflazione resta elevata, i tassi d’interesse continuano a pesare su credito e investimenti e la crescita procede con il freno a mano tirato.

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