L’annuncio è arrivato quando Piazza Affari aveva già spento le luci.
Una di quelle mosse che nella finanza si preparano nel silenzio e si rivelano all’improvviso, quando nessuno ha più il tempo di reagire.
Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Offerta pubblica di acquisto e scambio su Monte dei Paschi di Siena da oltre 30 miliardi di euro.
Una mossa che cambia la geografia del credito italiano e che trasforma la banca più antica del mondo da problema storico del sistema a perno di una nuova architettura finanziaria.
Per capire la portata dell’operazione bisogna partire da un dettaglio apparentemente secondario.
Questa non è soltanto una scalata bancaria.
È un progetto che coinvolge assicurazioni, fondazioni, governo, grandi azionisti e alcuni dei protagonisti più influenti della finanza italiana.
Da una parte c’è Carlo Messina, il banchiere che guida Intesa Sanpaolo e che da anni sostiene la necessità di creare campioni nazionali capaci di competere su scala europea.
Dall’altra c’è Cimbri, l’uomo che ha trasformato Unipol da compagnia assicurativa emiliana in uno dei principali snodi della finanza italiana.
In mezzo c’è il Monte dei Paschi, la banca che per oltre un decennio è stata sinonimo di crisi, salvataggi pubblici, interventi statali e tensioni politiche.
Oggi, paradossalmente, proprio Siena diventa il cuore di una delle più grandi operazioni della storia bancaria nazionale.
Al ministero dell’Economia la notizia è stata accolta con attenzione e prudenza.
Non poteva essere diversamente.
Il Tesoro è ancora importante azionista e porta sulle spalle una storia costata circa 8 miliardi ai contribuenti.
Da Via XX Settembre filtra una posizione che tiene insieme soddisfazione e cautela.
Soddisfazione perché l’interesse di un operatore come Intesa rappresenta una certificazione del valore recuperato da Monte dei Paschi dopo anni difficili.
Cautela perché il governo vuole che l’uscita definitiva dello Stato avvenga alle migliori condizioni possibili, con garanzie sull’occupazione e sulla presenza della banca nel territorio toscano.
La valorizzazione dell’investimento pubblico resta la priorità.
Ma altrettanto importante è evitare che una delle principali istituzioni economiche del Paese venga svuotata o marginalizzata.
Il mercato, invece, ha reagito senza esitazioni.
Gli investitori hanno immediatamente intuito che il risiko bancario stava entrando in una fase nuova.
Monte dei Paschi è schizzata del 13%, Mediobanca ha accelerato, Bper ha beneficiato dell’entusiasmo generale e persino Generali è finita al centro delle attenzioni degli operatori.
Del resto il progetto va ben oltre Siena.
Messina ha presentato l’operazione come una svolta strategica per Intesa.
L’obiettivo dichiarato è costruire una potenza europea del risparmio gestito e della consulenza patrimoniale.
“È un’opportunità unica”, ha spiegato agli analisti.
“Diventeremo una banca del wealth management da 2.000 miliardi di euro”.
Ma dietro i numeri c’è una visione molto più ampia.
Messina vuole consolidare il primato di Intesa nei servizi ad alto valore aggiunto, quelli che generano commissioni e redditività stabile, riducendo progressivamente il peso del tradizionale mestiere bancario.
Durante la presentazione, il manager ha voluto affrontare anche un tema che negli ultimi anni ha provocato frizioni tra il settore e la politica: la tassazione delle banche.
Il ragionamento di Messina è stato netto.
Secondo il numero uno di Intesa, il sistema bancario italiano ha già pagato un prezzo elevato per il ruolo svolto nel finanziamento del debito pubblico.
Ha ricordato che una quota rilevante dei titoli di Stato italiani è detenuta da Bce, banche e assicurazioni e che l’impennata dei tassi ha generato forti minusvalenze potenziali nei portafogli degli istituti.
“È un impatto a svantaggio delle banche”, ha osservato.
Parole che suonano anche come una risposta indiretta alle periodiche tentazioni di imporre prelievi straordinari sui profitti del settore.
Messina ha scelto un argomento semplice ma efficace: le banche non sono soltanto soggetti che producono utili.
Sono anche uno dei pilastri che consentono allo Stato italiano di finanziare il proprio debito.
“Con questa operazione porteremo nel nostro gruppo anche tutti i titoli di Stato presenti in Monte dei Paschi”, ha spiegato, sottolineando come l’integrazione rafforzerà ulteriormente il sostegno del gruppo al mercato del debito pubblico italiano.
Un messaggio destinato a essere ascoltato con attenzione nei palazzi romani.
L’architetto dell’operazione parallela è Carlo Cimbri.
Mentre Intesa punta a incorporare Mps, Unipol si prepara infatti a rilevare un ramo d’azienda composto da 635 sportelli, mantenendo vivo il marchio Monte dei Paschi e costruendo il ponte verso Bper.
Il perimetro destinato a Unipol comprende circa 55 miliardi di raccolta, 42 miliardi di impieghi, due milioni di clienti e una redditività già significativa.
Successivamente questo blocco verrebbe integrato con Bper, dando vita a un gruppo di dimensioni tali da diventare il secondo polo bancario italiano.
È qui che emerge la mano di Cimbri.
Da anni il manager sostiene la necessità di consolidare il sistema finanziario nazionale attorno a gruppi solidi, dotati di una governance stabile e radicati nel capitalismo italiano.
L’operazione Mps-Intesa-Bper rappresenta probabilmente la più compiuta realizzazione di questa filosofia.
Non a caso Cimbri ha rivendicato con orgoglio il carattere nazionale dell’iniziativa.
“È un’operazione fatta da soggetti italiani, interamente italiani”, ha spiegato, sottolineando come la stabilità degli assetti azionari rappresenti un vantaggio competitivo in una stagione in cui molte grandi partite finanziarie europee sono influenzate da investitori internazionali.
Il manager bolognese non ha risparmiato neppure una stoccata a Banco Bpm.
Nelle ore precedenti all’annuncio, infatti, Piazza Meda aveva inviato una lettera a Monte dei Paschi proponendo un dialogo per valutare una possibile aggregazione.
Un tentativo che, dopo la mossa di Intesa, appare destinato a restare lettera morta.
Con il consueto stile ironico Cimbri ha ripreso la definizione coniata da Messina nel corso della call con gli analisti (“La proposta presentata da Banco Bpm a Mps è semplicemente una lettera d’amore”).
L’ha definita l’iniziativa di un innamorato disperato che invia una letterina confidando in un colpo di fortuna.
Un’immagine che ha fatto sorridere la platea ma che descrive bene il clima della partita.
Nel nuovo risiko, infatti, le alleanze sembrano già disegnate.
Messina ha inoltre escluso categoricamente un altro scenario che aveva alimentato indiscrezioni nelle ultime settimane: un eventuale assalto a Generali.
Intesa ha acquistato il 3% del Leone che, se l’integrazione con Mps andrà in porto si andrà ad aggiungere al 13% detenuto dal gruppo senese attraverso Mediobanca.
Il banchiere ha precisato che non c’è alcun interesse alla governance.
L’acquisizione ha esclusivamente carattere finanziario e non strategico.
Anche sul fronte occupazionale il numero uno di Ca’ de Sass ha cercato di anticipare le critiche.
Le uscite, ha assicurato, avverranno esclusivamente su base volontaria e saranno accompagnate da un massiccio piano di assunzioni.
Entro il 2029 il gruppo prevede oltre 13 mila nuovi ingressi, sommando quelli già previsti dal piano industriale e quelli legati all’integrazione.
Un messaggio rivolto tanto ai sindacati quanto alla politica.
Perché se la finanza guarda ai numeri, il governo guarda soprattutto al consenso e ai territori.
Ed è proprio qui che si giocherà la prossima fase della partita.
L’Opas di Intesa ha acceso il motore di un nuovo consolidamento bancario.
Ma adesso serviranno autorizzazioni, confronti con le autorità, valutazioni del Tesoro e verifiche sugli impegni industriali.
Messina ha acceso la miccia.
Cimbri ha collaborato alla costruzione dell’impalcatura.
Il Mef osserva da arbitro e da azionista.
Dopo anni in cui il Monte dei Paschi è stato il simbolo delle fragilità del sistema, Siena diventa improvvisamente il centro della più ambiziosa operazione.








