Le analisi del voto come sempre enfatizzano alcuni aspetti coerenti con una narrazione ormai consolidata, ma trascurano sistematicamente altre. Per questo dividerò questo piccolo articolo in due parti: conferme vs fatti nuovi, ovvero fatti specifici ai risultati di questo referendum che possono aggiungere informazioni utili ai fini politici. Le analisi sono derivate da dati dei risultati e sondaggi di IPSOS Doxa per Corriere della Sera (ma sono abbastanza uniformi con quelle di altri istituti). Commenterò solo percentuali che sono inequivocabili perché i risultati di sondaggi con stratificazioni su dimensioni multiple non sono in generale affidabilissimi (dati i numeri)
Conferme
A votare no sono soprattutto le grandi città, sia del nord che del sud, dove il no è sistematicamente sopra il 60 per cento ovunque, con picchi del 75% a Napoli e 70 a Firenze. Tra le classi sociali si consolida la prevalenza del no (come quello per la sinistra) tra le classi alte (60% di no) ed in particolare nei ceti borghesi dirigenziali (la classe dirigente del paese), e tra i laureati (68% di no).
Il paese è spaccato in due tra sud e centro nord per quanto riguarda l’affluenza: le regioni del centro-nord sono tutte sopra il 60%, quelle del Mezzogiorno tutte attorno al 50, con Calabria e Sicilia abbondantemente sotto. Si tratta di un dato strutturale ormai ma che viene enfatizzato probabilmente da una consultazione di opinione come il referendum: tra la Sicilia e la Toscana (entrambe hanno votato no) ci sono più di 20 punti di differenza nell’affluenza.
Fatti nuovi
Il principale fatto nuovo è che l’elettorato di destra non si è mobilitato e forse ancor più sorprendentemente non ha votato compattamente. L’astensione è stata del 20% circa tra gli elettori del centro-sinistra e del 30 tra quelli di centro-destra. Di fatto tra il 10 e 15 per cento degli elettori che si identificano nel centro-destra hanno votato no, una percentuale simile a quella degli elettori di sinistra che hanno votato si (anche se gli intellettuali per il si a sinistra sono stati molto più ‘rumorosi’). Combinando il dato dell’astensione per schieramento con i dati regionali è molto probabile che a non votare siano stati soprattutto elettori di destra meridionali. L’altissima percentuale di no a Napoli, ad esempio, è stata ottenuta con una percentuale di votanti sotto il 50%.
Il segnale che viene dal sud, quindi, non è ignorabile per la destra, ma non deve essere interpretato dal centro-sinistra come segnale di conquista, date le percentuali di affluenza. Certamente però viene smentita una volta di più la teoria secondo la quale la crescita determina consenso. Il sud è cresciuto relativamente di più negli ultimi anni, ma questo non ha impedito la vittoria della coalizione di sinistra nelle principali città e regioni del Mezzogiorno e nel referendum.
Infine, i mitici giovani. La retorica secondo la quale i giovani abbiano votato sproporzionatamente no, è molto dubbia. Al di là del fatto che da decenni, forse dalla fondazione della repubblica i giovani votano a sinistra, la vittoria del no tra i giovani veri (18-34) anni è molto pronunciata nel sondaggio di Opinio, ma sostanzialmente nella norma nel sondaggio sopramenzionato, ed anche in quello di Youtrend per Skytg24. Molto più marcata la prevalenza in entrambi i sondaggi tra i 35-49enni, persone nel pieno della loro realizzazione professionale (4-5 punti di scarto in più tra no e si).
Definire ‘giovane’ un 40enne è possibile solo in un paese davvero vecchio come l’Italia. I no hanno invece prevalso altrettanto nettamente anche tra i pensionati, forse trascinati al voto dalla loro vera rappresentanza, la CGIL. L’unica classe di età in cui hanno prevalso i sì è quella dei 50-65enni. È un quadro molto più complesso di giovani vs vecchi, che anzi lascerebbe presagire la emergenza di una generazione complessivamente un po’ meno progressista di tutte le generazioni precedenti, come sta accadendo in molti altri paesi occidentali.








