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Il Quirinale e quel segnale sull’urgenza di futuro della mobilità in Italia | L’analisi di Antonello Barone

Ci sono notizie di poche righe che nascondono segnali importanti per il Paese.

Alle ore 13:00 del 28 aprile il sito del Quirinale ha battuto uno stringato comunicato stampa: “Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa mattina al Quirinale il Professore Fabio Pressi, Presidente dell’Associazione Motus-E.

Motus-E è la prima associazione in Italia che riunisce gli operatori industriali della filiera automotive, del settore energetico e del mondo accademico, con l’obiettivo di accelerare il cambiamento verso la mobilità elettrica.

La visita del suo presidente, Fabio Pressi, a Sergio Mattarella segnala un’attenzione particolare del Quirinale alle valutazioni di un settore strategico dell’industria nazionale che ha ricadute sul Pil, sul mercato del lavoro, sulle scelte dei consumatori e sulla qualità ambientale dell’aria del nostro Paese.

Non c’è stata la solita foto di rito del Capo dello Stato che riceve il rappresentante di un’associazione di settore. Bensì qualcosa di più preciso e, a guardare bene, di più decisivo: il rappresentante di una filiera strategica è salito al Colle più alto della Capitale per rappresentare ciò che il Paese tarda a comprendere e a tradurre in decisioni strategiche e il Quirinale ha valutato necessario rendere pubblico quell’incontro.

Il messaggio portato da Pressi è chiaro. Nel mondo, una nuova automobile venduta ogni cinque è già elettrica al cento per cento. Non una previsione sul futuro dell’automotive. La fotografia del presente.

E l’Italia, paese che ha costruito sulla filiera dell’auto una parte consistente della propria identità industriale e occupazionale, non ha ancora una cornice normativa all’altezza di questa trasformazione.

Non ha incentivi chiari e prevedibili per i consumatori. Non ha una regia pubblica che guidi lo sviluppo infrastrutturale. Non ha una politica industriale definita sulla riconversione produttiva, a partire dal nodo cruciale delle batterie elettriche e dalla trasformazione dell’auto da semplice mezzo di trasporto a punto strategico di informazioni digitali, connesso alla rete.

In questo vuoto, Pressi ha trovato il modo di essere ricevuto e ascoltato dal Quirinale. E la scelta dice qualcosa sul nuovo capitolo che ora necessariamente si dovrà aprire: una fase di provvedimenti normativi sul futuro della mobilità in Italia.

Il Presidente della Repubblica non ha poteri di governo. Non vara leggi, non stanzia risorse, non convoca tavoli ministeriali. Può però esercitare quella funzione di orientamento morale e politico che la Costituzione gli assegna in modo sottile e concreto.

Quando un settore produttivo che riunisce l’industria dell’automotive e i produttori di energia scala il Colle per illustrare la propria situazione al Capo dello Stato, significa che nei luoghi ordinari della decisione politica non ha trovato l’ascolto adeguato, capace di tradurre gli avvertimenti in atti concreti.

Pressi ha portato anche un argomento che va oltre la competitività industriale e che merita attenzione specifica: la vulnerabilità energetica europea. La prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, scenario tutt’altro che teorico in un Medio Oriente che continua a bruciare, potrebbe produrre uno shock petrolifero di proporzioni rilevanti.

Chi ha accelerato la diffusione della mobilità elettrica ha ridotto questa esposizione. I paesi che hanno rimandato questa scelta, no. La transizione non è solo una questione ambientale o di mercato: è una questione di sicurezza economica nazionale. Trattarla come tale è un atto di responsabilità politica, non un cedimento alle mode.

Il ritardo italiano è documentato. Nessuna Gigafactory per produrre batterie elettriche in costruzione, dopo il dietrofront sul progetto di Termoli. I livelli di penetrazione del veicolo elettrico restano tra i più bassi dei grandi paesi europei.

Le ragioni sono note: infrastruttura di ricarica ancora insufficiente e distribuita in modo disomogeneo, incentivi discontinui che hanno alimentato picchi di domanda artificiale seguiti da crolli, assenza di una visione industriale che accompagnasse la domanda con un’offerta produttiva interna.

Il risultato è che l’Italia rischia di pagare due volte: perdere quote di mercato nell’automotive tradizionale senza costruirsi una posizione nella filiera elettrica.

Mattarella ha ascoltato. Cosa accadrà dopo dipende da altri.

Il punto politico vero è questo: l’Italia ha bisogno di decisioni, non più di parole. Il dibattito sull’elettrico è aperto da anni e ha prodotto divisione ideologiche artificiali e soprattutto incertezza, che è la cosa peggiore che si possa offrire a chi deve investire e a chi deve comprare.

Le famiglie non acquistano un’auto elettrica se non sanno se domani ci sarà un incentivo, se dopodomani ci sarà un punto di ricarica, se tra un anno le regole cambieranno di nuovo. Le imprese non riconvertono impianti se il mercato domestico è imprevedibile e la politica industriale è affidata a dichiarazioni d’intento senza seguito.

Pressi ha suggerito la necessità di trovare una regia e visione strategica. Forte di una rappresentanza associativa che riunisce sotto il simbolo di Motus-E aziende europee, americane e cinesi unite dal medesimo obiettivo: accelerare la transizione all’elettrico anche in Italia.

Sull’automotive il contesto internazionale ha delineato la rotta, che non lascia margini alle scelte dei singoli Stati. Il mercato globale non aspetta i tempi della politica italiana.

La concorrenza cinese e americana non rallenta per dare a Roma il tempo di fare il punto della situazione. Ogni mese di ritardo è una posizione persa, un investimento che va altrove, un posto di lavoro che si perde e uno che non si crea.

Allo stesso tempo in Europa la Germania affronta la crisi del suo settore automobilistico investendo in una riconversione verso il modello “dual use”, capace di unire produzioni civili a quelle militari.

Il presidente di Motus-E ha scelto il Quirinale come interlocutore privilegiato: un atto di rispetto istituzionale, ma anche una diagnosi sulla capacità del sistema politico ordinario di affrontare le grandi trasformazioni industriali con la necessaria capacità di visione e velocità di reazione ai cambiamenti globali.

Il Colle ha ascoltato e ha valutato opportuno dare notizia dell’incontro. La palla ora torna alla politica.

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