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Il quadro macroeconomico internazionale è in deterioramento | L’allarme di Confindustria Udine

Il quadro macroeconomico internazionale ha registrato un significativo deterioramento nel corso degli ultimi due mesi, a seguito dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente.

I segnali di graduale normalizzazione dell’attività economica, emersi all’inizio dell’anno, risultano oggi ampiamente ridimensionati.

Le iniziali aspettative dei mercati, che incorporavano l’ipotesi di un conflitto di breve durata, sono state rapidamente disattese dal blocco dello stretto di Hormuz, con effetti rilevanti sui flussi energetici globali.

Le ripercussioni del conflitto tendono a estendersi oltre l’area del Golfo, fortemente integrata nell’economia mondiale, coinvolgendo diversi comparti: trasporti, logistica, turismo e, più recentemente, anche il settore manifatturiero stanno già risentendo dell’instabilità geopolitica.

È quanto sottolinea Confindustria Udine.

Lo shock energetico si è tradotto in un aumento diffuso delle pressioni inflazionistiche, in un irrigidimento delle condizioni finanziarie e in un deterioramento del clima di fiducia.

Ne deriva una revisione al ribasso delle prospettive di crescita a livello globale e, conseguentemente, regionale rispetto alle valutazioni formulate tre mesi fa.

Le tensioni geopolitiche riportano dunque al centro dell’analisi i rischi connessi all’inflazione e alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, con impatti rilevanti sulle principali economie mondiali.

In tale contesto, la politica monetaria si manterrà improntata a cautela.

Nell’area dell’euro, la Banca Centrale Europea dovrebbe intervenire con un aumento dei tassi di riferimento entro l’estate, al fine di contenere le dinamiche dei prezzi interni.

Lo scenario previsivo delineato assume comunque, come ipotesi di base, una progressiva attenuazione delle operazioni militari in queste settimane, pur restando esposto a significativi rischi al ribasso, legati alla durata del conflitto e alle sue conseguenze in termini di capacità produttiva, dinamiche inflazionistiche ed efficacia delle politiche monetarie nel contrastare gli shock.

Alla luce di un contesto esogeno più sfavorevole rispetto a quello delineato a inizio anno, le stime di crescita per il Friuli-Venezia Giulia sono state riviste al ribasso.

Nel 2026 il PIL regionale è previsto in aumento dello 0,2%, tre decimi di punto in meno rispetto alle previsioni formulate tre mesi fa, secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confindustria Udine su dati Prometeia (aprile 2026).

Per il 2027 si prefigura una crescita contenuta, pari allo 0,4%.

L’inflazione, secondo le più recenti stime della Banca d’Italia, potrebbe attestarsi al 2,6% nel 2026 (dall’1,5% del 2025), sospinta dal marcato incremento dei prezzi energetici: il petrolio si colloca intorno ai 100 dollari al barile (dai 60 dollari di dicembre 2025), mentre il gas naturale raggiunge circa 42 euro/MWh (dai 30 euro pre-conflitto in Medio Oriente).

A tali dinamiche si associano rincari diffusi di beni e materie prime, tra cui alluminio, rame, urea e fertilizzanti.

Per il 2027, se il contesto dovesse migliorare, sarebbe atteso un rientro dell’inflazione sotto il 2%.

Nel 2026 i consumi delle famiglie dovrebbero registrare un marcato rallentamento, con una crescita stimata dello 0,3% (rispetto allo 0,8% previsto a gennaio), riflettendo l’erosione del potere d’acquisto, l’aumento dei costi di finanziamento e una maggiore propensione al risparmio.

Nel 2027 la crescita dei consumi dovrebbe attestarsi allo 0,6%, in un contesto ancora caratterizzato da cautela nelle decisioni di spesa e da un mercato del lavoro debole.

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