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Il plebiscito di Palermo per il No | L’analisi

Quello referendario è un voto più libero rispetto alle elezioni locali o politiche, soggette alla logica clientelare. Per questo motivo, secondo gli studiosi, in Sicilia al REFERENDUM il No ha raggiunto percentuali alte. A Palermo ha sfiorato il 69%, la percentuale più alta in Italia, dopo Napoli. In provincia, nella Corleone di Totò Riina e Bernardo Provenzano, il No ha avuto numeri più bassi, ma comunque ha vinto con oltre il 52%.

In controtendenza Campobello di Mazara (Trapani), luogo di latitanza del boss mafioso Matteo Messina Denaro, dove il Sì ha raggiunto il 56,01%. Per lo storico Salvatore Lupo, che è stato ordinario di Storia contemporanea all’Università di Palermo e autore di libri su Cosa nostra, la maggioranza degli elettori ha “adottato un principio di legalità associandolo alla difesa della Costituzione. La mia esperienza di elettore mi ha sempre portato a votare No perché la Costituzione non può essere cambiata troppo facilmente”. “Per i REFERENDUM – aggiunge – la tradizione politica pone un’istanza di legalità. E quindi hanno pesato molto la malapolitica e il tasso elevato di clientelismo”.

Non la pensa diversamente la sociologa dell’Università di Palermo, Alessandra Dino, studiosa della criminalità organizzata: “Chi è andato alle urne l’ha fatto per difendere i valori costituzionali, per reagire al silenzio della politica che tace davanti al disagio sociale, all’abbandono della città, alle strade impraticabili, alla sanità incapace di rispondere ai bisogni dei malati”. La modesta affluenza alle urne dei palermitani (48,2%), unita al trionfo del No, “fa ritenere che la città di Sergio Mattarella ha votato in difesa dei valori costituzionali rappresentati dal capo dello Stato – aggiunge Dino -. Chi crede nel cambiamento è andato alle urne. Trovo interessante l’apporto del voto giovanile. Un buon segnale che spero non si esaurisca con la chiusura delle urne”.

Per Giancarlo Minaldi, sociologo, docente di Scienze politiche all’università Kore di Enna, ritiene che le mafie non erano indifferenti all’esito del REFERENDUM ma “è mancato il fattore aggregante del clientelismo”, assenza che si verifica anche con le elezioni europee”. A orientare il voto referendario, secondo il sociologo, è stato “il malessere profondo del Mezzogiorno nei confronti del governo. In Sicilia è già accaduto quando, sull’onda del dissenso, il M5s è diventato il primo partito a Palermo”

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