Per il quarto anno consecutivo il Mezzogiorno registra una crescita del Pil superiore a quella del Centro-Nord, ma questo non significa che il divario economico tra le due aree del Paese si stia riducendo in modo strutturale.
È questa la conclusione dell’ultima analisi pubblicata dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ricostruisce l’evoluzione storica del dualismo italiano e analizza le dinamiche economiche più recenti.
Quattro anni di crescita superiore, ma il recupero non è ancora consolidato
Secondo l’analisi, il Pil reale del Mezzogiorno è cresciuto più rapidamente rispetto a quello del Centro-Nord per quattro anni consecutivi.
Il vantaggio è stato particolarmente evidente nel 2022 e nel 2023, mentre nel biennio successivo le differenze si sono progressivamente ridotte fino a diventare molto contenute.
Gli autori invitano quindi alla prudenza.
Sebbene il dato rappresenti un’inversione rispetto al passato, non si può ancora parlare di un processo stabile di convergenza economica tra le due macroaree del Paese.
Un divario che affonda le radici nella storia italiana
L’Osservatorio ricorda che il divario Nord-Sud non è un fenomeno recente.
Al momento dell’Unità d’Italia il reddito pro capite delle due aree risultava sostanzialmente allineato.
La distanza iniziò invece ad ampliarsi con l’industrializzazione del Nord-Ovest alla fine dell’Ottocento.
Durante il secondo dopoguerra, grazie agli investimenti pubblici, alle politiche di industrializzazione e ai grandi flussi migratori interni, il Mezzogiorno riuscì a recuperare parte del terreno perduto.
Tuttavia, dagli anni Settanta il processo si è interrotto e il divario è tornato ad ampliarsi.
Ancora oggi il reddito pro capite del Mezzogiorno corrisponde a circa il 58% di quello del Centro-Nord, un valore sostanzialmente stabile da circa trent’anni.
L’occupazione traina la crescita del Sud
Uno degli elementi più significativi evidenziati dall’analisi riguarda il contributo del mercato del lavoro.
Tra il 2021 e il 2025 il Pil del Mezzogiorno è aumentato del 9,1%, contro il 6,7% registrato nel Centro-Nord.
Parallelamente è cresciuto anche il reddito pro capite, favorito sia dall’espansione dell’economia sia dal più marcato calo demografico del Sud.
Il principale motore di questa crescita è stato l’aumento dell’occupazione, cresciuta nello stesso periodo dell’8,5% nel Mezzogiorno rispetto al 6,3% del Centro-Nord.
La produttività resta il nodo principale
Se da un lato aumenta il numero degli occupati, dall’altro permane una criticità strutturale.
L’Osservatorio evidenzia infatti che la produttività del lavoro continua a rappresentare una delle principali cause del divario economico.
Ancora oggi circa la metà della distanza tra Nord e Sud dipende dalle differenze nella produttività, mentre l’altra parte è legata alla minore capacità di utilizzare pienamente la forza lavoro disponibile.
Le politiche pubbliche non hanno ancora prodotto una svolta
L’analisi osserva che negli ultimi anni il Mezzogiorno ha beneficiato anche di strumenti come la ZES Unica e di una quota significativa degli investimenti del PNRR, destinati in misura maggiore alle regioni meridionali.
Nonostante ciò, gli effetti registrati nel 2024 e nel 2025 risultano ancora troppo limitati per poter affermare che sia iniziata una fase duratura di recupero economico rispetto al resto del Paese.
Secondo l’Osservatorio, il rallentamento della crescita dopo il rimbalzo post-pandemico conferma che il processo di convergenza deve ancora consolidarsi.
Una crescita che non basta a colmare il gap
L’analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani offre quindi un quadro articolato.
Da un lato, il Mezzogiorno mostra segnali incoraggianti, con una crescita del Pil superiore a quella del Centro-Nord e un mercato del lavoro più dinamico rispetto agli anni precedenti.
Dall’altro, il divario economico rimane sostanzialmente invariato e continua ad avere radici profonde, legate soprattutto alla produttività, alla struttura economica e alla capacità di creare occupazione stabile.
Per gli autori, i dati più recenti rappresentano un segnale positivo, ma non ancora sufficiente per parlare di una vera inversione di tendenza.
Il percorso verso una riduzione strutturale del divario resta quindi ancora aperto.








