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Francesco Grillo (economista): «Servono tecnologie contro il cambiamento climatico»

Per sopravvivere al cambiamento climatico sono necessarie forme di «democrazia globale». A sostenerlo è l’economista Francesco Grillo, che affronta il tema della crisi ambientale. «È nelle parole del segretario generale Onu Guterres la conferma che la COP27 di Sharm El Sheik sul cambiamento climatico abbia prodotto risultati non adeguati alla sfida: “Abbiamo fatto un piccolo passo avanti” e, tuttavia, il problema è che le questioni da affrontare, fanno diversi chilometri mentre noi avanziamo di mezzo metro. La dimostrazione dell’inadeguatezza delle COP è dimostrata dai numeri. Nel 1995, la prima COP lanciò l’imperativo morale di ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2), l’umanità ne rilasciava in atmosfera 24 miliardi di tonnellate; oggi dopo 27 COP, ne abbiamo quasi raddoppiato la quantità (siamo a 37)».

«Di fronte a questo scenario, gli scienziati si interrogano su che fare. La possibilità estrema è quella di far ricorso ad uno scenario che solo qualche film di fantascienza aveva osato immaginare: un raffreddamento artificiale della temperatura del pianeta che sia sufficientemente veloce da bilanciare in tempo gli effetti del riscaldamento. Le tecnologie per farlo esistono e appartengono ad almeno due diverse “famiglie”», scrive sul magazine online InPiù.net.

«Ci sono quelle che puntano alla riduzione delle particelle di CO2 e vanno da vere e proprie macchine succhia CO2 (c’è una tecnologia del Politecnico di Zurigo, costosa ma già funzionante) ad una massiccia riforestazione (che ha però tempi lunghi). Altre tecnologie sono fanno “rimbalzare” le radiazioni solari che penetrano le molecole di CO2 ma ne rimangono intrappolate quando sono riflesse dalla Terra: l’idea è quella di spruzzare molecole di anidride solforosa che riflettono i raggi del Sole ma sono anch’esse dannose per la salute».

«Abbassare artificialmente le temperature risolverebbe una questione ma ne aprirebbe almeno altre tre: quale sarebbe l’effetto di un ulteriore aggiustamento al sistema climatico del cui funzionamento abbiamo una conoscenza limitata? Chi potrebbe costruire e controllare una rete di protezione globale che avrebbe effetti su tutti? E, infine, non comporterebbe ciò l’“azzardo morale” di ridurre l’urgenza cambiare un sistema di produzione e consumo di energia non più sostenibile, per ragioni che vanno anche oltre la mutazione del clima?».

«Il modello della Stazione Spaziale Internazionale nella quale in questi mesi (ed è un peccato non averlo sottolineato abbastanza) astronauti russi e americani (e anche la nostra Cristoforetti) continuano a riparare valvole e fare esperimenti scientifici mentre sorvolano l’Ucraina a 250 km d’altezza, potrebbe essere l’embrione di una soluzione. Ma ci vuole di più. Il cambiamento climatico richiede forme di democrazia globale. Un’innovazione di ambizione simile a quelle che l’umanità ha solo quando si trova a doversi reinventare per sopravvivere».

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