Napoli, il Mediterraneo al centro delle nuove sfide geopolitiche
NAPOLI – Le conseguenze delle crisi internazionali, il ruolo strategico del Mediterraneo, lo shock energetico e la necessità di una nuova programmazione economica e industriale. Sono alcuni dei temi affrontati da Greta Cristini, analista geopolitica e scrittrice, a margine dell’evento “Far crescere il Sud nella tempesta globale”, promosso dall’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia con il patrocinio del Comune di Napoli.
Cristini ha partecipato al panel “La tempesta globale e lo shock energetico”, insieme al vicepresidente di Elettricità Futura, in un confronto moderato dal magistrato Massimiliano Atelli.
Oggi siamo qui a Napoli con l’Osservatorio Riparte l’Italia. Parliamo della crescita del Sud da un lato ma di uno scenario internazionale che può incidere anche sulla crescita.
«Sì, assolutamente. Di fronte a una sovrapposizione di crisi e guerre che hanno un riverbero diretto, un impatto pesantissimo su un Paese come l’Italia che dipende da un mare Mediterraneo che deve essere necessariamente aperto, libero e pacifico per l’importazione delle materie prime, dell’energia, per poi una riesportazione, quindi uno sfogo del nostro surplus commerciale in giro per i mercati, il Mediterraneo è in una posizione sicuramente che può essere di vulnerabilità, come stiamo vivendo in questi momenti, ma anche ovviamente di grande opportunità.
E il Sud proprio geograficamente e fisiologicamente si pone come, non soltanto hub, direi più che altro piattaforma di transito, di diversificazione e di contatto, di ponte fra due continenti che devono, dal mio punto di vista, stringersi irrimediabilmente sempre di più».
E poi ci sono le conseguenze di quello che sta avvenendo a livello internazionale, oggi noi mettiamo insieme imprese, società civile, istituzioni, ma c’è un grido d’aiuto anche perché ovviamente il costo energetico sta aumentando, ci sono delle conseguenze già tanto percepite dai cittadini e dalle imprese.
«Sì, esatto, quello che dicevamo giusto ora, l’impatto dell’ultima crisi, in particolar modo con la chiusura, il controblocco americano dello Stretto di Hormuz, impatta soprattutto in realtà i mercati asiatici, quindi Cina che comunque in realtà ha portato avanti una programmazione strategica, se vogliamo, di riserva, per cui non ha ancora una sicurezza economica stabile, ma sicuramente Corea del Sud, Giappone, insomma i mercati asiatici sono quelli che più risentono di questa chiusura.
Noi in realtà ci siamo svegliati dopo il 24 febbraio 2022, abbiamo quindi già spinto e accelerato ovviamente una diversificazione che quindi ci porta a non essere così tanto dipendenti dall’energia che ci arriva in maniera importante soprattutto per il GNL del Qatar, ma ovviamente risentiamo, per un mix energetico che fa molto riferimento, si appoggia sui combustibili fossili, di un prezzo che si eleva rispetto invece ad altri mercati europei su cui il mix energetico e anche il rapporto con il prezzo si fanno in maniera diversa e quindi ovviamente ci sono dei riverberi differenti.
Tutto questo, questa congiuntura difficile e complicata, ci deve imporre un ragionamento strategico di medio e lungo termine che forse non siamo abituati a compiere».
E poi c’è una caratteristica che è emersa sempre che è quella dell’imprevedibilità, non si sa se finirà, quando finirà e quindi in realtà questa imprevedibilità è diventata la nuova normalità, cioè molte imprese devono pianificare la loro attività sapendo che comunque qualcosa succederà e non si sa quando finirà.
«Sì esatto, quello che provavo a ripetere durante il panel, il fatto che siamo stati sempre abituati ad avere un approccio emergenziale e reattivo alle crisi, alle guerre e mai proattivo ma ancora prima strategico, quindi di programmazione.
Se consideriamo che negli anni in cui gli Stati Uniti d’America decidevano per la finanziarizzazione della propria economia secondo una scommessa o una promessa, poi rivelatasi sbagliata, cioè che gli americani sarebbero rimasti ricchi anche senza industria, anche senza base industriale, senza economia reale ma solo con la finanza, mentre facevano questa scelta, parliamo degli anni Ottanta fino agli anni Duemila, la Repubblica Popolare Cinese portava avanti invece una strategia di progressivo dominio di quei colli di bottiglia industriali, oltre che di base industriale.
Citavo prima la cantieristica navale ma anche la capacità di esportazione, quindi prima di lavorazione e produzione dell’acciaio, dell’alluminio, quindi una grandissima base industriale. E lo faceva in un’ottica olistica perché univa la formazione universitaria, i sussidi statali, gli investimenti in miniere africane e anche gli aiuti statali alle varie industrie che non sono mai slegate dalle volontà politiche del Partito Comunista Cinese.
Capiamo quindi che, sempre tenendoci stretti i nostri valori di democrazia e in generale occidentali, abbiamo mancato sicuramente, con una miopia forse un po’ eccessiva, una programmazione che adesso ci chiede il conto, dopo trent’anni se vogliamo, di poca lungimiranza».
Energia, Mediterraneo e sviluppo del Sud
Nel corso dell’intervista, Greta Cristini ha evidenziato come il Mediterraneo rappresenti contemporaneamente un elemento di vulnerabilità e una straordinaria opportunità strategica per l’Italia. In questo scenario, il Mezzogiorno può assumere un ruolo centrale come piattaforma di collegamento tra Europa, Africa e mercati internazionali, soprattutto in una fase caratterizzata da instabilità geopolitica, trasformazioni energetiche e crescente competizione economica globale.
Ecco il video integrale del panel a cui ha partecipato Greta Cristini:








