Secondo i dati Ocse, riportati nella ricerca “Disuguaglianze e salari, una visione europea”, il salario medio lordo annuale (2019) in Italia era di 30.028 euro, circa 12.400 meno rispetto alla Germania e oltre 9 mila meno paragonato a quello della Francia. “Il divario, preoccupante di suo, è aggravato dalla lettura tendenziale” sostiene l’ufficio studi Isrf Lab.
«La contrattazione sui salari va rafforzata: non argina le crescenti disuguaglianze figlie della globalizzazione, non consente a chi lavora di incassare appieno gli aumenti di produttività e rischia di fare dei lavoratori italiani i nuovi poveri d’Europa, anche per una fiscalità che batte troppo sui redditi e va più leggera sulle rendite fondiarie e finanziarie (senza parlare dei patrimoni). La Fisac, che organizza i lavoratori del settore finanza in Cgil, ha festeggiato con le critiche il 28esimo anniversario del doppio livello contrattuale, che il 23 luglio 1993 sostituì la “scala mobile”. E prepara un’iniziativa politica per spronare il governo Draghi e il dibattito pubblico, già vivace su questi temi», riporta Andrea Greco.
«”Negli ultimi venti anni i salari italiani sono stati pressoché stagnanti: tra il 2000 e il 2019 circa 900 euro in più, con enormi e crescenti divergenze sul piano di genere, anagrafico, territoriale e della dimensione aziendale”. Nello stesso periodo in Germania i salari sono saliti di quasi 6.600 euro, in Francia di 6.900. Perfino la Spagna ci supera se dal lordo si va al netto: grazie a un fisco meno rapace sul lavoro, dei 27.467 euro lordi annui spagnoli ne restano 22.115, oltre 1.100 più degli italiani, che rispetto ai tedeschi prendono 8.300 euro in meno l’anno, quasi 700 netti al mese».
«I salari lenti sono tra i primi fattori di immobilismo sociale e disuguaglianze: anche in Italia, dove in 30 anni la ricchezza privata è cresciuta il doppio dei redditi netti, e ormai vale sei volte quelli da lavoro. La ricerca rintraccia le cause di questi divari in due problemi trasversali, e altri quattro che più mostrano le pecche della contrattazione a due livelli. Il primo è l’inadeguata crescita della produttività, per gli scarsi investimenti. Poi c’è il fisco, con una perdita di progressività che ha reso l’Italia “il Paese con la raccolta fiscale da imposte sui redditi più alta rispetto al Pil (10,9%) tra i grandi dell’Ue”: con uno scaglione Irpef sui redditi medi del 38%, converrebbe casomai puntare sulle rendite immobiliari (aliquota 21%), o finanziarie (26%)», continua sulle pagine di Repubblica.
«Ci sono, poi, quattro “fratture salariali”, meccanismi perversi forieri di disuguaglianze. La principale riguarda le dimensioni, per cui nelle aziende con meno di nove dipendenti l’ora lavorata rende fino al 27% meno che in quelle con più di 250 lavoratori. La seconda frattura attiene le differenze generazionali, per cui un over 50 guadagna in media il 20% più di un under 30. Terza è la disuguaglianza di genere, acuita in Italia dalla concentrazione di lavoro femminile “nei segmenti peggio retribuiti e con salari bassi”, e per cui c’è un differenziale medio del 10% tra uomini e donne”».
«Infine, la scarsa penetrazione del “salario variabile”, che vale 2.557 euro medi ma spetta solo al 54% dei lavoratori perché le contrattazioni di secondo livello sono la norma solo nelle grandi aziende, mentre la “contrattazione territoriale” prevista dalla legge 1993 non è decollata e lascia a bocca asciutta i dipendenti delle piccole. La Cgil a ottobre chiamerà i protagonisti di lavoro e politica a confrontarsi su questo modello, che ha avuto il merito di inquadrare nei contratti nazionali l’80% dei dipendenti italiani, ma da anni mostra la corda».
«Si pensa a proposte emendative: “Una legge sulla rappresentanza in grado di decimare gli ormai 900 contratti nazionali con cui le aziende si fanno competizione sulle spalle dei lavoratori” dice Nicola Cicala, direttore dell’Isrf Lab e autore con Roberto Errico della ricerca “l’avvio della contrattazione territoriale di secondo livello. Infine, una fiscalità che smetta di penalizzare i dipendenti”».
«”Questi dati testimoniano quanto le questioni salariale e occupazionale siano decisive e strategiche per il futuro del Paese”» dice Tania Scacchetti, della segreteria confederale Cgil. “Una rilevanza che dovrebbe essere al centro del Pnrr ben più di quanto lo sia oggi”», conclude.
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