“Certo che l’«escursione» di Donald Trump in Iran, come la chiama lui, è stata un’avventura scriteriata – commenta Federico Fubini sul Corriere della Sera – : decisa senza capire le implicazioni, senza rispetto per i processi democratici in America o una strategia per il dopo.
E certo che tutto questo pressappochismo abbassa di un gradino in più il «soft power» degli Stati Uniti, quel carisma che portava gli altri Paesi a condividere i loro obiettivi e valori.
Già, ma dopo? Quali conclusioni può trarne la nostra classe dirigente? Che senso di direzione può darsi un Paese i cui assetti da ottant’anni dipendono tanto dalla nostra collocazione nella sfera d’influenza americana?
Per capire come possa evolvere l’Italia da qui, aiuta ribaltare la prospettiva.
Immaginate dunque di essere vicini a Trump: in questo momento guardate agli europei e vedete ignavia e tradimento.
Ciò che avete in mente è che per ottant’anni gli Stati Uniti hanno permesso a noi di prosperare: con le loro risorse, i loro mezzi militari, i loro uomini, i loro morti in Corea, in Vietnam, in Afghanistan.
Sono stati gli americani a garantire la libertà di navigazione che ha creato il commercio globale e a permettere che italiani, tedeschi, giapponesi diventassero ricchi.
Sono gli americani che hanno pagato per l’Europa l’ombrello nucleare, lasciando che investissimo in welfare più di loro.
E sono sempre gli americani che proteggono gli europei con decine di migliaia di soldati e basi.
Hanno garantito il loro mercato di sbocco, mentre la spesa militare contribuiva al loro debito.
In cambio, gli europei hanno guardato altrove.
Leader come Schröder, Berlusconi o Merkel hanno legato i propri Paesi alla Russia per l’energia.
Poi è arrivato il momento della verità: crisi, minacce alle rotte globali, tensioni in Medio Oriente.
E gli europei si sono dimostrati incapaci di reagire con forza e coesione.
Gli europei vedono che l’America non sopporta più il proprio ruolo di garante, è troppo indebitata e polarizzata per farlo.
Non ci sarà un ritorno al sistema di alleanze di ieri.
È solo questione di tempo prima che si formino nuovi equilibri.
Ce n’è abbastanza perché anche in Italia si formi un nuovo consenso: non dobbiamo per forza voltare le spalle all’America; ma non abbiamo alternative a un investimento convinto in un’Europa molto più forte.”








