La riforma del giusto salario, introdotta con il cosiddetto decreto Primo Maggio 2026, potrebbe modificare in modo significativo il funzionamento del mercato del lavoro italiano.
L’intervento legislativo non introduce un salario minimo legale, ma rafforza il ruolo della contrattazione collettiva, individuando nel Trattamento Economico Complessivo (TEC) previsto dai contratti nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative il parametro di riferimento per garantire una retribuzione adeguata ai lavoratori.
È questa la principale conclusione dell’analisi pubblicata dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La riforma attua l’articolo 36 della Costituzione
Secondo l’analisi dell’Osservatorio, la novità più rilevante consiste nell’attuazione concreta dell’articolo 36 della Costituzione, che riconosce a ogni lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa.
In caso di contenzioso, il lavoratore potrà chiedere al giudice l’applicazione del TEC previsto dal contratto collettivo nazionale di riferimento e non soltanto del trattamento economico minimo (TEM), come avveniva in precedenza.
In questo modo la tutela si estende all’intero trattamento economico previsto dal contratto, comprendendo paga base, mensilità aggiuntive, indennità continuative e welfare contrattuale.
Contrasto ai contratti pirata e al dumping salariale
L’analisi evidenzia che uno degli obiettivi principali della riforma è limitare il fenomeno dei cosiddetti contratti pirata, sottoscritti da organizzazioni scarsamente rappresentative e caratterizzati da condizioni economiche meno favorevoli rispetto ai principali contratti di settore.
Il decreto stabilisce infatti che il datore di lavoro debba riconoscere almeno il trattamento economico previsto dal contratto collettivo maggiormente rappresentativo del settore di appartenenza, riducendo così gli spazi per il dumping salariale.
Il ruolo del Trattamento Economico Complessivo
A differenza di un salario minimo uniforme valido per tutti i lavoratori, il TEC varia in funzione della qualifica, dell’inquadramento professionale e del settore produttivo.
L’Osservatorio sottolinea che questo sistema offre una tutela più ampia rispetto a una semplice soglia minima, poiché tiene conto dell’intero assetto retributivo previsto dalla contrattazione collettiva.
Le novità introdotte dal decreto
Oltre al principio del giusto salario, la riforma introduce ulteriori strumenti.
Le imprese che intendono beneficiare di incentivi pubblici dovranno dimostrare di applicare il trattamento economico previsto dalla nuova disciplina.
Inoltre, le offerte pubblicate sulla piattaforma SIISL dovranno indicare il contratto collettivo applicato, il codice univoco CNEL e il relativo trattamento economico.
Il decreto interviene anche sui ritardi nei rinnovi contrattuali, prevedendo che, trascorsi nove mesi dalla scadenza del contratto, il trattamento economico venga adeguato automaticamente al 50% della variazione dell’IPCA-NEI, salvo diverso accordo tra le parti.
Le posizioni di sindacati e associazioni datoriali
L’analisi rileva che la riforma ha ricevuto valutazioni differenti.
La CISL ha espresso un giudizio favorevole sul rafforzamento della contrattazione collettiva, pur segnalando alcune criticità relative ai rinnovi contrattuali.
La CGIL continua invece a sostenere la possibilità di affiancare alla contrattazione collettiva un salario minimo legale e ribadisce la necessità di una disciplina sulla rappresentanza sindacale.
La UIL valuta positivamente il principio del giusto salario come strumento per incentivare la contrattazione.
Anche tra le organizzazioni datoriali prevale un orientamento favorevole.
Confindustria, Confcommercio, Confimi, Confartigianato e Confcooperative condividono l’obiettivo di rafforzare la contrattazione collettiva e contrastare i contratti pirata, pur evidenziando alcune riserve su specifici aspetti della disciplina.
Le criticità ancora aperte
L’Osservatorio individua alcuni nodi ancora irrisolti.
Il primo riguarda l’effettiva applicazione della norma nelle aziende con una limitata presenza sindacale.
In questi casi saranno determinanti i controlli dell’Ispettorato del lavoro, dell’INPS e, nei casi di contenzioso, dell’autorità giudiziaria.
Un secondo elemento riguarda i tempi dei rinnovi contrattuali.
L’adeguamento automatico previsto dal decreto attenua la perdita del potere d’acquisto durante la vacanza contrattuale, ma non elimina il problema dei ritardi né garantisce il recupero integrale dell’inflazione.
Il nodo della rappresentatività
Secondo l’analisi, la questione più complessa resta quella della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali.
La nuova disciplina attribuisce un ruolo centrale ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, ma non definisce criteri legislativi univoci per individuarle.
Rimangono inoltre aperti alcuni aspetti interpretativi relativi alla definizione dei settori produttivi, delle categorie e delle diverse tipologie di imprese alle quali applicare il contratto di riferimento.
Una riforma che può cambiare il mercato del lavoro
L’Osservatorio conclude che, se applicata in modo coerente, la riforma potrebbe rappresentare un cambiamento significativo per il mercato del lavoro italiano.
Il nuovo sistema punta infatti a spostare la competizione tra imprese dalla compressione del costo del lavoro verso l’organizzazione aziendale e la produttività, rafforzando il ruolo della contrattazione collettiva come strumento di tutela dei lavoratori.
Rimane tuttavia essenziale affrontare il tema della rappresentatività e garantire un’efficace applicazione delle nuove regole affinché gli obiettivi della riforma possano tradursi in risultati concreti.








