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Mario Giro (ex ministro Esteri): «Stiamo attenti, Putin non sa dove sta andando. E la storia insegna che gli autocrati all’angolo e senza alternative sono capaci di tutto»

«Dobbiamo prepararci ad una guerra lunga pensando a quale mediazione potrà essere efficace». A dirlo è Mario Giro, politologo ed ex viceministro degli Esteri, che esorta a rimanere lucidi, soprattutto alla luce del comportamento di Putin, che «più rimane isolato e meno è disposto a fermarsi: è la lezione della storia dei leader non democratici».

«Le autorità ucraine hanno già vinto la battaglia comunicativa (tanto che ai russi non resta che autoescludersi). Vorrebbero ora “vincere” quella sul terreno resistendo ad oltranza a prezzo di migliaia di vittime civili e dell’intera distruzione del paese. Anche i russi paiono disposti a pagare un altissimo costo in sangue umano, accettando di essere esclusi dalla comunità internazionale. Ma la domanda è: noi europei occidentali siamo disposti al bagno di sangue?», scrive Giro sul quotidiano Il Domani.

«Non si tratta di chi ha ragione o torto e nemmeno di resa o morte o di declinismo occidentale sfidato dall’Asia. Sul presunto declino occidentale ci sono biblioteche da almeno due secoli e chi lo riprende è il primo a non credere nella forza della democrazia che, per l’appunto, si mostra sempre debole all’apparenza, accecando gli autocrati di ieri e di oggi. Si tratta invece di sapere che più sangue sarà versato oggi e più l’Europa dovrà portarne il peso», prosegue Giro.

«I nostri popoli occidentali non sono per una guerra senza quartiere: non perché declinano ma perché intuiscono che si tratti di una follia. Questo è il significato del ripudio della guerra espresso dai papi del Novecento e da papa Francesco: guerra vista come guerra civile, scontro fratricida, inutile strage, incapace di risolvere le contese», continua dalle colonne del quotidiano diretto da Stefano Feltri.

«Guerra avventura senza ritorno perché ingoia tutto, i nostri sogni di ieri e i programmi futuri. Guerra che fa tornare indietro a pensare come 80 anni fa e induce a ripetere arcaici proclami. Guerra che accelera il decoupling: una contronarrazione della globalizzazione in cui l’interconnessione viene spezzata e ci si rifugia in mondi paralleli. Un terribile errore di calcolo che approfondirà i solchi e creerà abissi» conclude.

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