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Giovanni Orsina (politologo): «Il catastrofismo non fermerà l’avanzata populista»

“La guerra in Ucraina sta modificando i termini del conflitto politico nell’Unione Europea e all’interno delle singole democrazie del continente. E nei mesi a venire, con ogni probabilità, è destinata a cambiarli ancor più in profondità”.

Lo scrive Giovanni Orsina sulla Stampa sottolineando che “le specificità locali sono tali e tante, però, che è difficile riportare queste trasformazioni a un quadro unitario, tanto meno prevederne l’evoluzione futura. Prendiamo soltanto un paio di esempi, uno italiano e uno no.

Il gruppo di Visegrád – Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria –, i cui rapporti con Bruxelles sono storicamente difficili, sull’Ucraina si è diviso. Una forza politica ritenuta populista e illiberale come Diritto e Giustizia, il partito al governo in Polonia, appare oggi un interlocutore saldamente «occidentale» a motivo della sua dura opposizione a Putin.

In Viktor Orbán invece, recentissimamente confermato alla guida dell’Ungheria, le propensioni in senso lato populiste e il desiderio di non rompere con la Russia si sono sovrapposti l’uno all’altro. In Italia – osserva l’editorialista – i più reticenti sull’aggressione russa sono stati Giuseppe Conte e Matteo Salvini, quasi a riformare l’asse gialloverde e a far così riemergere la frattura fra partiti «mainstream» e populisti a scapito di quella «tradizionale» fra destra e sinistra, che dopo il 2019 sembrava stesse gradualmente riprendendo sostanza.

Ma le posizioni assunte da Giorgia Meloni di fronte al conflitto complicano il quadro. Guardando oltre il secondo turno, invece, dovremo capire quanto forte sia la saldatura fra l’insoddisfazione interna alla Francia e la sfida internazionale posta dalla Russia di Putin.

Le previsioni più pessimistiche ritengono che la vittoria di Le Pen rappresenterebbe una catastrofe per l’Unione Europea e la Nato, tanto più catastrofica perché avverrebbe nel bel mezzo di una crisi internazionale di prima grandezza. Di ragioni oggettive per temere questo scenario ce ne sono molte, ovviamente.

Ciò detto, è da anni ormai che le forze e culture politiche «tradizionali» usano l’arma del catastrofismo per confrontare l’insurrezione populista, nella speranza d’indurre l’opinione pubblica a un sussulto di responsabilità col ventilare il disastro. Finora non sembra aver funzionato granché bene. Al contrario – conclude – per certi versi il catastrofismo è diventato una sorta di profezia che si auto-avvera: più si profetizzano disastri, più quelli si verificano”.

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