L’Europa può resistere senza l’approvvigionamento di gas russo? Secondo il ministro dell’Economia tedesco, Robert Habeck, si può cominciare andando in bicicletta e non in macchina. Oppure si possono «tirare le tende in casa per isolarla meglio e consumare meno energia (“se abbassate la temperatura della stanza di 1°, risparmiate il 6%”)». A riportarlo è l’economista Fabrizio Galimberti.
E ha concluso: «Fa bene al portafoglio e annoia Putin». Attendiamo ora gli strali anti-Habeck di quanti, con virulenza degna di miglior causa, hanno criticato Mario Draghi per la famosa alternativa: «Cosa preferiamo? La pace, o stare tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?». Chiaramente, la battuta di Draghi era la rappresentazione stenografica di una semplice verità: c’è una guerra in corso e teniamo presente che, se vogliamo contribuire a farla cessare, dobbiamo essere pronti a fare dei sacrifici».
«E i “sacrifici” vanno al di là dei condizionatori. Il Def ha messo nero su bianco che un blocco del gas russo a partire da maggio (cioè fra pochi giorni) farebbe crollare il tasso di crescita dell’economia italiana nel 2022 allo 0,6%, e allo 0,4% nel 2023; la Banca d’Italia, per lo stesso scenario, è ancora più pessimista: -0,5% nel 2022 e -0,5% nel 2023. Il che vuol dire più disoccupazione, più fallimenti, e un generale stringer di cinghie» scrive Galimberti dalle colonne del quotidiano digitale InPiù.net
Ad alleviare l’angoscia c’è una frase chiave del Def, quando dice che queste valutazioni sulla crescita italiana «si riferiscono al quadro tendenziale, giacché è evidente che a un simile scenario si risponderebbe con una manovra di sostegno all’economia più robusta di quella ipotizzata nel programmatico del presente documento». Draghi ha anche dichiarato che l’Italia è pronta a bloccare il gas russo (con tutte le conseguenze di cui sopra) se si trattasse di una iniziativa europea».
«E, se questa dovesse darsi, la “manovra di sostegno” dovrebbe chiaramente – è l’implicazione di Draghi – riguardare tutta l’Europa. Insomma, un altro “Pnrr”, volto a sostenere l’economia che, dopo il cigno nero della pandemia si trova di fronte un altro cigno nero (e rosso di sangue) di una guerra in Europa: altri “eurobond”, altri sostegni delle Banche centrali con acquisti di titoli, altre preoccupazioni dei benpensanti che vedevano compiaciuti la fine di quegli acquisti», prosegue Galimberti.
«Bisogna solo qui ricordare e ripetere, a beneficio dei benpensanti, che non bisogna preoccuparsi troppo di un altro “pronto soccorso” della Bce: questo è parte della sua “job description”. E i titoli pubblici in pancia alle Banche centrali sono degli strani animali, degli ircocervi che, qualunque cosa siano, non sono debito pubblico (fino a prova contraria, le Banche centrali fanno già parte del settore pubblico)», conclude l’economista.








