Su Repubblica Francesco Guerrera commenta la decisione di Putin di tagliare le forniture di metano a Polonia e Bulgaria: decisione che rappresenta l’escalation più grave nella guerra economica che l’Occidente e il Cremlino stanno combattendo in parallelo al conflitto militare sul martoriato terreno ucraino.
Nonostante le numerose voci d’instabilità mentale, lo zar ha fatto una mossa cinicamente razionale. Il gas è il tallone d’Achille dell’Unione Europea, e tagliarlo è il modo migliore per frammentare l’alleanza democratica, creando un cuneo sia all’interno dell’Europa, sia tra Ue e Stati Uniti.
Putin sa benissimo che l’Europa compra dal suo Paese più di un terzo del fabbisogno di gas (per Stati come la Bulgaria è addirittura il 100%) e che, a differenza del petrolio, per affrancarsi da questa dipendenza ci vorrà almeno fino alla fine dell’anno e decine di miliardi di euro.
L’aumento nel prezzo del gas in risposta alle notizie degli ultimi giorni conferisce allo zar un altro potere: quello di manipolare i mercati a suo favore. I malandati tubi che portano il metano da Est a Ovest sono l’ultimo strumento di leva economica che la Russia può utilizzare contro l’Europa.
Ma l’aggressione energetica di Putin è anche la sua ultima spiaggia. Se l’Ue se ne rende conto e reagisce con un piano concordato, concreto e rapido, riuscirà a neutralizzare l’arsenale finanziario del Cremlino.
La realtà è che la vendita di gas e petrolio è fonte di ricavi cruciali per un Paese che, a causa delle sanzioni, sta scivolando verso la bancarotta. L’anno scorso, le esportazioni delle due materie prime hanno contribuito a quasi un quinto del Pil russo.
Il rovescio di questa medaglia un po’ sporca è che con i suoi acquisti di gas e petrolio, l’Ue sta contribuendo all’economia di guerra di Putin. È venuto il momento di smettere.








