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Ferruccio De Bortoli: «La salute nella seconda ondata conta di meno. L’economia in crisi vuole sfidare la pandemia. Ma è inutile promettere che salveremo tutte le imprese»

“Non abbiamo il coraggio di ammettere che, nella seconda ondata della pandemia, la salute conta sempre, certo, tantissimo — e ci mancherebbe — ma meno che in primavera. Meno“.

Lo sostiene Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere e oggi autorevole editorialista e intellettuale. Attualmente è presidente della casa editrice Longanesi e dell’associazione Vidas.

“Allora non sapevamo, lo immaginavamo soltanto, quale sarebbe stato l’effetto del lockdown sulle attività economiche, sul lavoro. Oggi sì. Alcuni lo misurano sulla propria pelle. E chi vede morire senza colpa la propria attività, svanire il frutto di tanti sacrifici, è disposto a sfidarla la pandemia. Costi quel che costi”.

Esce giovedì 12 novembre in libreria il nuovo libro di Ferruccio de Bortoli Le cose che non ci diciamo (fino in fondo), edito da Garzanti, nel quale l’autore analizza i punti deboli del sistema politico ed economico del nostro Paese che esigono interventi coraggiosi.

E sul Corriere De Bortoli ragiona sulle verità non dette riguardo la pandemia in Italia.

“Ma è anche vero che le conseguenze sul lavoro e sul reddito sono attutite dalle misure del governo. Necessarie, anche se non tutte condivisibili, tuttavia, ancora insufficienti. Massicce. A fine anno saranno intorno ai 200 miliardi”.

“Non illudiamoci che le risorse siano infinite – scrive De Bortoli sul Corriere. Viviamo sotto l’influsso di potenti analgesici che ristorano in parte il presente, ma forse annebbiano — il che è peggio — la nostra percezione del futuro. Non ce ne accorgiamo”.

“Due mercati fondamentali nel funzionamento dell’economia sono di fatto sospesi: lavoro e credito. La cassa integrazione, pur opportunamente prorogata, non è eterna. E se lo fosse impedirebbe alle aziende di riorganizzarsi, rendendole così ancora più deboli. E alla fine anche posti di lavoro oggi sicuri, lo sarebbero di meno. Perché se si è meno competitivi si vende e si esporta di meno”.

“Purtroppo la produttività in Italia è concetto astruso, dal significato negativo. La si scambia per cottimo e sfruttamento. La nostra produttività non cresce da vent’anni. Ed è il dato che riassume, impietosamente, tutti i nostri ritardi. Il valore aggiunto aumenta — e con esso salari e stipendi — se ci sono investimenti, tecnologie, innovazione e, soprattutto, un capitale umano meglio preparato”.

“Dunque – sostiene De Bortoli – inutile promettere che salveremo tutte le imprese. Le bugie pietose non curano i malati. Molte aziende moriranno, tanti posti di lavoro salteranno”.

“La sincerità e il realismo sono indispensabili nella ricerca di strumenti adeguati per garantire la mobilità e la riqualificazione dei lavoratori, la dignità dei quali si rispetta di più non illudendoli. E per salvare chi è in crisi temporanea di liquidità. Ma le aziende muoiono e nascono”.

“Tenerle in vita a dispetto delle logiche di mercato, sapendo che non avrebbero resistito comunque, sottrae risorse a chi ha un futuro in settori più avanzati. Discorso amaro, spiacevole. Ma non è un caso che l’Italia sia agli ultimi posti nell’imprenditoria giovanile”.

E De Bortoli prosegue il suo ragionamento mettendo insieme il tema della concorrenza sui mercati, l’invasdività dello Stato nelle attività private e il rischio dei conti pubblici.

“La concorrenza è una vittima collaterale della pandemia, si è fatto di tutto per ridurla e comprimerla in molti settori. Come la produttività, non piace: ha una valenza infida. Ma lo sviluppo e la stessa cura delle disuguaglianze dipendono dalla concorrenzialità dei mercati”.

“Né si può far credere che lo Stato sia in grado di fare tutto: sussidiare, integrare ed essere, all’occorrenza, l’imprenditore di ultima istanza che, per ragioni sociali, smette di leggere un bilancio e di guardare alla sostenibilità economica di un’attività. Tanto, si dice, può indebitarsi senza limiti. Per ora”.

“Grazie alla Banca centrale europea che acquista gran parte dei titoli del nostro debito pubblico. Ma anche qui bisogna essere chiari e dire che non lo farà per sempre. E se noi dovessimo ritrovarci, come è accaduto nel 2011, in balia dei mercati, scivoleremmo facilmente in una deriva sudamericana. Consapevolezza che non fa parte del dibattito quotidiano”.

“Se ce ne fosse almeno un briciolo di questa consapevolezza, non getteremmo al vento milioni di euro in bonus inutili (come per i monopattini) o in aiuti, senza limiti di reddito, magari ad evasori. Ma tanto, si dice, che cosa saranno mai poche centinaia di milioni di euro rispetto ai circa 300 miliardi tra sussidi, prestiti e programmi europei vari, di cui avremo disponibilità?”.

“No, un ragionamento del genere è la peggiore delle lezioni di educazione civica che si possano dare”.

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