“Dopo che sembrava bandito dal secolo nuovo, come se non riuscisse ad attraversarne la soglia, l’Est ritorna a segnare la nostra vita, contendendoci lo spazio e il tempo in una disputa infinita che si rinnova”.
Lo scrive Ezio Mauro su Repubblica sottolineando che “l’incarnazione dell’altra parte del mondo ancora una volta è la Russia, il “nemico ereditario” dell’Europa di cui è parte, il principio antagonista che porta in sé la sfida perpetua di una maestà concorrente, il pretendente imperiale che riemerge.
Dunque non era la sovrastruttura bolscevica e leninista il fondamento dell’alterità di Mosca rispetto all’Ovest, ma l’autoscienza della Russia affondata nei secoli, il suo carattere nazionale perpetuamente dilatato oltre i suoi confini, umiliato e renitente quando il nuovo disegno del mondo lo spingeva a rientrarci.
Sembrava impossibile che dopo il collasso del gigante sovietico il Cremlino riuscisse in così breve tempo a ricostruire una tecnica del potere capace di riconquistare il rango perduto. E soprattutto a riarmare una struttura ideologica in grado di concepire e legittimare una pretesa di autorità sovranazionale, anche sotto forma di arbitrio e sopruso.
Si può comprendere tutto questo – spiega Mauro – solo se si accetta l’idea che Putin ha riportato la Russia a incarnare nuovamente la dimensione alternativa dell’Est, indipendentemente dal suo mandato politico e dalla sua dimensione territoriale. È uno spirito, un’ambizione, anzi un’obiezione concorrente all’Occidente, a cui la Russia rilancia la sfida a nome dell’Est. T
occa così a Putin, dopo 21 anni di esercizio del potere, cercare la soluzione alla «più grande tragedia geopolitica del ventesimo secolo», come ha definito la dissoluzione dell’Urss. Quell’impero, costruito nel fuoco della rivoluzione e consolidato nel ferro della guerra, non si può certo ricostruire nell’epoca attuale.
Ma si può richiamare la sua maestà e recuperare la sua funzione, proiettando fino ad oggi l’orgoglio della superpotenza, prima che scoprisse di avere i piedi d’argilla. Poi sarà la realpolitik del momento a decidere l’esito di questa pressione militare e politica: la guerra o un accordo per un nuovo sistema di garanzie.
Ma quel che conta, oggi – conclude – è che un confine è già stato spostato, culturale, concettuale, morale nel senso politico del termine, approfittando della dispersione identitaria dell’Occidente davanti all’Est che ritorna”.








