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Export, Italia controcorrente: crescita di +4,3 miliardi contro il deficit dell’Eurozona | Il report di Istat e Eurostat

L’Italia va controcorrente ma questa volta in positivo.

Ad aprile la bilancia commerciale Eurozona è finita in rosso.

L’intera area della moneta unica ha registrato un deficit commerciale di un miliardo di euro nei rapporti con il resto del mondo.

Dodici mesi prima vantava un avanzo di 8,7 miliardi.

Una frenata brusca, quasi una sbandata.

L’Italia, invece, ha imboccato la curva opposta.

Nello stesso mese la bilancia commerciale italiana ha chiuso con un avanzo di 4,293 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 2,448 miliardi registrati nell’aprile del 2025.

Tradotto dal linguaggio degli statistici: il Paese ha venduto all’estero molto più di quanto abbia acquistato.

E lo ha fatto in una fase nella quale gran parte dell’Europa arranca sotto il peso dell’energia costosa, delle tensioni geopolitiche e della domanda internazionale incerta.

La fotografia che emerge dai dati Istat ed Eurostat è certamente inedita.

Mentre Bruxelles osserva con preoccupazione il progressivo assottigliarsi dell’avanzo commerciale europeo, le imprese italiane continuano a macinare ordini.

Le esportazioni sono aumentate dell’8,8% in valore rispetto ad aprile dello scorso anno e del 3,5% in volume.

Non si tratta dunque soltanto di prezzi più elevati: aumentano anche le quantità vendute.

E guardando al trimestre febbraio-aprile, l’export segna un ulteriore progresso del 5%.

In altre parole, i prodotti italiani continuano a trovare compratori nel mondo.

E non pochi, sia per quantità sia prezzo.

Il dato più interessante arriva dai mercati extraeuropei.

Mentre molte economie continentali vedono restringersi i propri spazi commerciali, l’Italia cresce del 12% fuori dai confini dell’Unione Europea contro il +5,9% registrato nei mercati comunitari.

È il segnale di un sistema produttivo che sta allargando il raggio d’azione e che riesce a conquistare quote di mercato anche dove la concorrenza è più dura.

Tra le destinazioni spiccano gli Stati Uniti.

Le esportazioni verso il mercato americano sono aumentate del 12,1% nonostante la permanenza dei dazi decisi l’anno scorso dall’amministrazione Trump.

Un risultato che pesa più di quanto sembri.

Gli Usa restano infatti il principale mercato mondiale ad alto potere d’acquisto e rappresentano una sorta di esame di maturità permanente per chi vende prodotti industriali, macchinari, beni di consumo e tecnologia.

L’America compra più Italia.

E lo ha fatto in una fase nella quale molte economie europee faticano a mantenere le proprie posizioni.

Accanto agli Stati Uniti brillano altri mercati: la Svizzera registra un balzo del 39,4%, la Cina del 36,2%, i Paesi Opec del 19,4%, mentre Francia e Germania, pur con ritmi più moderati, continuano a fornire contributi positivi.

Qualche ombra arriva dalla Turchia e dal Belgio, ma il quadro complessivo resta largamente favorevole.

Dietro questi numeri non c’è un singolo settore miracoloso.

È piuttosto l’intero apparato manifatturiero che continua a mostrare vitalità.

Corrono i metalli e i prodotti in metallo con un impressionante +32,9%, avanzano i macchinari (+6,3%), i prodotti chimici (+10,5%), gli apparecchi elettrici (+10,4%) e persino l’automotive, che mette a segno un incoraggiante +16,1%.

La parte più interessante della storia, però, è un’altra.

Questo successo è arrivato nonostante una nuova impennata della bolletta energetica.

Anzi, proprio mentre il costo dell’energia tornava a salire.

I dati Istat mostrano che il deficit energetico italiano è peggiorato passando da 4,219 a 5,169 miliardi di euro.

I prezzi dell’energia importata sono schizzati del 23,4% su base annua e del 16,8% rispetto al mese precedente, sotto la spinta delle tensioni internazionali e delle preoccupazioni per le rotte petrolifere del Golfo.

Normalmente una situazione del genere avrebbe eroso il saldo commerciale.

È ciò che sta accadendo in buona parte dell’Europa.

Nell’Eurozona, infatti, l’aumento delle importazioni energetiche e il rallentamento di comparti chiave come macchinari e veicoli hanno contribuito a cancellare l’avanzo commerciale.

Le importazioni sono cresciute del 9,3%, molto più rapidamente delle esportazioni ferme al 5%.

L’Italia, invece, ha compensato il peso del petrolio con una spinta ancora più forte delle esportazioni manifatturiere.

Basta osservare il saldo dei prodotti non energetici: l’avanzo è salito da 6,667 a 9,462 miliardi di euro in un solo anno.

È qui che si trova il cuore della notizia.

Le imprese italiane hanno generato abbastanza ricchezza da assorbire persino il rincaro dell’energia.

È il motivo per cui il confronto con il resto dell’Europa diventa particolarmente significativo.

Nei primi quattro mesi del 2026 l’avanzo commerciale dell’Eurozona si è ridotto a 12,9 miliardi contro i 63,7 miliardi dello stesso periodo dell’anno precedente.

L’Unione Europea nel suo complesso è addirittura passata da un surplus di 57,5 miliardi a un deficit di 2,2 miliardi.

Sono numeri che raccontano una perdita di slancio del commercio continentale.

Numeri che rendono ancora più evidente l’eccezione italiana.

Non sorprende quindi il commento soddisfatto del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha ricordato come il piano del governo punti a raggiungere quota 700 miliardi di export entro la fine del prossimo anno.

Un obiettivo che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato ambizioso e che oggi appare meno lontano.

Naturalmente nessuno può permettersi trionfalismi.

Le tensioni geopolitiche restano elevate, il costo dell’energia continua a rappresentare una minaccia e il commercio mondiale vive una fase di trasformazione profonda.

Tuttavia i dati di aprile consegnano un messaggio chiaro: mentre l’Europa vede restringersi il proprio spazio commerciale, l’Italia continua a guadagnare terreno.

In un continente che fatica a trovare la bussola, le imprese italiane stanno facendo quello che sanno fare meglio da decenni: vendere nel mondo.

E, almeno per ora, lo stanno facendo meglio dei loro concorrenti europei.

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