Il nuovo calo delle nascite in Italia
Nel 2025 in Italia sono nati 355mila bambini, con un calo del 3,9% rispetto al 2024. I dati diffusi dall’Istat a fine marzo confermano il proseguimento della crisi demografica italiana e riportano al centro il tema del cosiddetto “inverno demografico”.
L’analisi proposta in vista del Festival dell’Economia di Trento sottolinea come il fenomeno non rappresenti più un’emergenza temporanea ma una tendenza consolidata che, fino a oggi, nessuna politica pubblica è riuscita a invertire.
Il numero medio di figli per donna nel 2025 si è attestato a 1,14, molto distante dalla soglia di 2,1 necessaria per mantenere stabile la popolazione.
Anche i territori italiani tradizionalmente più dinamici dal punto di vista della natalità registrano dati inferiori alla soglia di equilibrio. La provincia di Bolzano, che resta quella con il tasso di natalità più elevato del Paese, si ferma infatti a 1,55 figli per donna.
Diverse province italiane scendono invece sotto la soglia di un figlio per donna. Tra queste vengono citate Rimini, Viterbo e tutte le province sarde, con la sola eccezione di Nuoro, che raggiunge quota 1,00.
Dalla crescita economica alla crisi della fecondità
Il dossier richiama anche il confronto storico con gli anni Sessanta, quando l’Italia, nel pieno del boom economico, arrivò a registrare un milione di nuovi nati in un solo anno.
Questo dato potrebbe suggerire una correlazione diretta tra crescita economica e crescita della popolazione. Tuttavia, l’analisi invita a superare interpretazioni troppo semplicistiche.
Viene ricordato che tra il 2005 e il 2025 il reddito disponibile delle famiglie italiane è rimasto fermo in termini reali. Parallelamente, secondo i dati della Banca d’Italia, la distribuzione della ricchezza è diventata più diseguale.
Tra il 2010 e il 2025, il 10% delle famiglie più ricche è arrivato a detenere il 60% del patrimonio complessivo, con una crescita di quasi dieci punti percentuali. Nello stesso periodo, il patrimonio del 50% delle famiglie più povere si è ridotto fino al 7,4% dello stock nazionale.
Nonostante ciò, il calo della natalità non riguarda soltanto economie stagnanti. L’analisi cita infatti anche il caso della Cina, dove il tasso di fecondità è sceso a livelli simili a quelli italiani nonostante la forte crescita economica degli ultimi quarant’anni. Anche gli Stati Uniti restano sotto la soglia di equilibrio demografico di 2,1 figli per donna.
Il ruolo del Festival dell’Economia di Trento
Per approfondire le cause e le possibili conseguenze della crisi demografica, il Festival dell’Economia di Trento dedicherà diversi incontri al tema della natalità tra mercoledì 20 e sabato 23 maggio.
Secondo l’analisi, riflettere sulla denatalità significa interrogarsi sui cambiamenti profondi della società contemporanea, con effetti economici, culturali e di psicologia collettiva.
Immigrazione e saldo demografico
L’analisi evidenzia inoltre il ruolo sempre più decisivo dei movimenti migratori nella tenuta della popolazione italiana.
Nel 2025, a fronte di 355mila nascite, si sono registrati 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di 296mila unità.
Nonostante questo squilibrio, la popolazione residente è rimasta stabile a 58,94 milioni di persone, interrompendo anni di continuo calo.
Il risultato è stato possibile grazie a due fattori legati alle migrazioni. Da un lato, in Italia sono arrivati 440mila immigrati, dato in calo del 2,6% rispetto all’anno precedente. Dall’altro, gli italiani trasferiti all’estero sono stati 144mila, con una riduzione del 23,7% su base annua.
La fuga dei lavoratori e il futuro del welfare
Secondo l’analisi, esiste quindi una terza leva che lo Stato può attivare accanto al sostegno alla natalità e alla gestione dei flussi migratori: arginare la fuga di lavoratori verso l’estero.
Il testo sottolinea inoltre la necessità di preparare il Paese all’invecchiamento della popolazione e all’aumento della domanda di servizi sociali e sanitari.
L’Italia, osserva l’analisi, dovrà integrare un numero crescente di residenti stranieri, già oggi pari a 5,56 milioni, anche per sostenere il sistema produttivo, mantenere attiva l’economia e garantire la sostenibilità futura di pensioni e welfare.








