Tra oscuri sistemi di verifica, «valutazione geopolitica» e pagamenti in cripto o yuan, il «casello» iraniano di Larak sembra essere diventata la nuova realtà per le navi che tentano di attraversare lo stretto di Hormuz ostaggio delle forze iraniane, mentre il mondo occidentale tenta la strada diplomatica per risolvere la crisi passando per l’Onu, e la via «omanita» per il passaggio alternativo nel braccio di mare muove i primi timidi passi.
Secondo tre fonti distinte con conoscenza diretta del nuovo sistema di pedaggio iraniano citate da Lloyd’s List, agli operatori navali viene richiesto di contattare intermediari autorizzati con legami con le Guardie della Rivoluzione prima di effettuare qualsiasi spostamento.
Viene quindi chiesta la presentazione della documentazione completa, inclusi il numero Imo, la catena di proprietà, il manifesto del carico, la destinazione e l’elenco completo dell’equipaggio.
Gli intermediari inoltrano quindi tutto al Comando provinciale di Hormozgan della Marina dei pasdaran per il controllo sanzioni, le verifiche sul carico (che attualmente danno priorità al petrolio rispetto a tutte le altre materie prime) e poi, quella che viene definita una «verifica geopolitica».
Se la nave supera i controlli iraniani, i pasdaran rilasciano un codice di autorizzazione e le istruzioni di rotta.
All’avvicinamento, la nave viene contattata via radio VHF per la verifica dei codici e viene inviata una pilotina per scortarla attraverso le acque territoriali iraniane, intorno all’isola di Larak.
Sebbene non tutte le navi paghino – alcune rivendicano di essere passate attraverso il solo intervento diplomatico – Teheran ha messo un sistema di pedaggio per il passaggio nello stretto, con le compagnie marittime sempre più preoccupate che versare denaro al regime possa far scattare le sanzioni occidentali.
Al momento non è chiaro se ci sia un «tariffario» ben definito: secondo quanto riferito finora, si stanno richiedendo pagamenti fino a 2 milioni di dollari per viaggio su base ad hoc, e c’è chi parla anche di tariffe basate su un dato prezzo per barile, circa un dollaro.
Ancora più oscuro è il sistema di pagamento: secondo un’analisi del GeoEconomics Center dell’Atlantic Council, bisogna fare riferimento al sistema di pagamenti transfrontalieri che l’Iran ha messo a punto per aggirare le sanzioni occidentali.
Se infatti alcune transazioni continuano a transitare attraverso i canali bancari formali in giurisdizioni disposte ad assumersi il rischio delle sanzioni, altre vengono instradate tramite intermediari.
Vi è poi il sistema di pagamento bancario iraniano Shetab recentemente collegato al sistema russo Mir.
Esistono anche diverse reti informali che regolano le transazioni interamente al di fuori del sistema bancario, attraverso reti iraniane descritte dalle autorità statunitensi come un vero e proprio «sistema bancario ombra» che si affida a società di cambio con sede in Iran e società di copertura estere, in particolare negli Emirati Arabi Uniti, a Hong Kong e a Singapore, per movimentare miliardi di dollari legati alle esportazioni di petrolio e ad altre attività.
Più recentemente, l’Iran ha fatto ricorso anche alle criptovalute: secondo la società di analisi blockchain Chainalysis, l’attività di criptovalute legata all’Iran ha raggiunto i 7,8 miliardi di dollari on-chain nel 2025.
In questo intricato sistema economico anti-sanzioni, ciò che è chiaro è che almeno due navi hanno pagato il pedaggio di Hormuz in yuan cinese.
Pechino è infatti il principale cliente petrolifero dell’Iran, e il sistema cinese di pagamenti interbancari transfrontalieri (Cips) lanciato nel 2015 per elaborare le transazioni transfrontaliere in renminbi potrebbe rappresentare un potenziale canale per acquisti di petrolio iraniano in yuan.








