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Ecco i 3 scenari sull’energia con la guerra nel Golfo | Lo scenario

Sono tre gli scenari economici prospettati dal Centro studi di Confindustria, durante la presentazione del Rapporto Primavera Csc 2026.

Variano in base alla durata del conflitto nel Golfo e al valore delle materie prime energetiche.

Il primo scenario prevede la risoluzione della guerra in un mese, il secondo in quattro mesi e il terzo in dieci mesi: più tempo passa, peggiori rischiano di essere le conseguenze soprattutto per chi, come l’Italia, dipende in maniera significativa dall’export e ha costi dell’energia più alti rispetto ad altri paesi.

Tre sono anche i possibili rischi legati al protrarsi del conflitto: aumento dei costi energetici, difficoltà di approvvigionamento dal sud-est asiatico e scarsità di petrolio.

La chiusura dello Stretto di Hormuz (secondo il report) può portare alla carenza di petrolio in 9-11 mesi, con conseguenti ripercussioni sulle forniture energetiche mondiali.

Il 29,8% del petrolio mondiale passa infatti da lì: al momento la situazione appare gestibile, ma Confindustria evidenzia come con il prolungarsi della chiusura si rischi la più grande crisi petrolifera della storia.

L’aumento dei prezzi dell’energia è già in crescita, +66% per il petrolio e +84% per il gas: per quest’ultimo il livello è molto più contenuto rispetto all’aumento del 2022, mentre per il petrolio si è già vicini a un livello pari; inoltre, l’aumento del 10% dei prezzi dell’energia andrebbe a definirsi nel mese successivo con l’aumento di un punto dell’inflazione.

Da non sottovalutare nemmeno la crescita dell’incertezza all’84%: questa infatti ha alzato la propensione al risparmio delle famiglie e ridotto quella agli investimenti delle imprese.

Il timore diffuso è che (alla luce dell’ondata inflazionistica del 2023) la reazione dei consumatori possa essere più tempestiva e i mercati finanziari possano rivedere le loro ‘scommesse’ su una guerra breve: da non sottovalutare nemmeno le reazioni di governi e Banche centrali, laddove i primi agiscono per dare risorse ai cittadini (soprattutto meno abbienti) e le seconde alzano i tassi di interesse deprimendo ulteriormente la crescita.

In Italia (anche alla luce del precedente della guerra in Ucraina) l’aumento dei prezzi può comportare uno shock maggiore rispetto agli altri paesi: il rischio è che il problema non sia solo macroeconomico ma sociale.

Per quanto riguarda i rapporti tra Italia e Stati Uniti, l’export è cresciuto di 70 miliardi negli ultimi dodici mesi (+7,2%), ma ci sono già diversi settori in discesa come alimentari, carta, metalli, apparecchi elettrici e mobili: la sentenza della Corte suprema e i nuovi dazi svantaggiano in modo significativo l’Unione europea.

L’import dagli Stati Uniti è invece aumentato di 35 miliardi (+35,9%), quello dalla Cina di 60 miliardi (+16,4%) grazie soprattutto al traino di prodotti farmaceutici (+1000%) e automobili (+63%): un simile aumento si spiega con il ribasso dei prezzi, soprattutto nel settore tessile e in quello dei metalli.

Di contro, l’export nei confronti della Cina è cresciuto di 14 punti percentuali negli ultimi cinque anni (dal 28% al 42%), mentre nei confronti dell’Eurozona è fisso al 41%.

Drammatico il capitolo legato ai giovani: dal 2019 al 2023 l’Italia ha perso 190mila neolaureati tra 25 e 34 anni e il fenomeno (al netto di una flessione nel periodo della pandemia da Covid-19) appare in crescita.

Secondo il report, se il trend dovesse continuare il rischio è che entro il 2070 3,2 milioni di giovani tra 15 e 34 anni possano lasciare il paese.

Tra le ipotesi per trattenerli (per Confindustria) si potrebbe anticipare alla fase degli studi l’inserimento lavorativo: altra opzione è avvicinare le loro competenze alle richieste di Università e imprese.

Il tutto però passa dalla creazione di un contesto favorevole in termini di mobilità territoriale e politiche di accompagnamento sulla conciliazione vita-lavoro: queste ultime, in particolare, vedono una minore valorizzazione in Italia rispetto agli altri paesi europei.

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