Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

È proprio vero che la precarietà ha creato lavoro? | L’analisi di Emiliano Brancaccio

“Negli ultimi giorni le grida indignate dei liberisti hanno preso di mira l’iniziativa della Cgil sui referendum anti-precariato”. Emiliano Brancaccio sul Manifesto osserva come “i fautori dei licenziamenti facili e dei contratti temporanei sostengono che la politica di precarizzazione che ha imperversato negli ultimi decenni, per quanto amara, è stata una medicina indispensabile per creare posti di lavoro. Pertanto, essi lamentano che una eventuale vittoria referendaria provocherà solo danni, con meno sviluppo e meno occupazione. Ma è proprio vero che la precarietà ha creato lavoro?

Dinanzi a questa domanda, Matteo Renzi e gli altri alfieri del Jobs Act la fanno piuttosto facile. A loro avviso, se negli anni successivi all’approvazione di quella legge c’è stato un aumento degli occupati, questo dovrebbe esser sufficiente per sostenere che la norma ha creato nuovi posti di lavoro. A ben vedere – sottolinea Brancaccio – un tale ragionamento è quanto di più lontano da un discorso che possa definirsi scientifico, visto che dimentica tutte le altre variabili in gioco, tra cui il fatto rilevante che nell’arco di tempo esaminato si sono attuate politiche monetarie e di bilancio più espansive che in passato.

Ma allora, se sgombriamo il campo dalle risibili stregonerie renziane, qual è la realtà dei fatti? Esistono prove scientifiche della tesi secondo cui la precarietà del lavoro crea occupazione? La risposta è: no. Una recente meta analisi ha mostrato che l’88 percento di tutte le ricerche pubblicate su riviste di rango internazionale nega l’esistenza di relazioni statistiche significative tra precarizzazione dei contratti e crescita dell’occupazione. Tutte queste evidenze si spiegano in modo abbastanza semplice.

Se si può ammettere che i contratti precari inducono gli imprenditori ad assumere di più nelle fasi di espansione economica, allora per la stessa ragione si deve riconoscere che quegli stessi contratti consentono ai capi delle imprese di licenziare di più quando c’è crisi. L’implicazione è che tra posti di lavoro ogni volta creati e distrutti, l’effetto occupazionale netto è zero. Se dunque non serve a creare occupazione, quali sono gli obiettivi reali della precarizzazione? La risposta dell’evidenza empirica è chiara: quando si abbassano le tutele del lavoro – conclude – diminuiscono anche le retribuzioni e la quota salari sul Pil, mentre aumenta la quota dei profitti e delle rendite”.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.