Su Repubblica, Domenico Siniscalco si inserisce nel dibattito «fondamentale» sulle riforme in atto da qualche giorno.
«Un premier non eletto, si osserva, deve varare il Pnrr ma non può varare riforme strutturali che sono compito naturale della politica e dunque del prossimo governo. L’argomento mette dei paletti a ciò che un governo di unità nazionale può fare ed ha una sua logica democratica».
«A fronte di queste osservazioni, Draghi lavora ad un elenco di riforme legate al Pnrr da varare nei prossimi mesi: fisco, semplificazioni, giustizia. Una posizione diametralmente opposta» e che sembra quasi una provocazione.
«Questa lettura – sostiene Siniscalco – è sbagliata per un motivo altrettanto fondamentale. Il programma Next Generation Eu, di cui i Pnrr fanno parte, è costituito di investimenti e di riforme, necessarie perché gli investimenti dispieghino i propri effetti sulla crescita».
«Il piano Next Generation Eu non è una misura congiunturale per uscire dalla pandemia: per questo obiettivo ci sono gli interventi nazionali e gli acquisti di titoli della Bce. Il piano mira invece a ridisegnare le economie europee all’indomani della pandemia. E gli investimenti e le riforme sono due facce inscindibili di un’unica politica economica che mira a una nuova ondata di crescita. Essi sono gli elementi alla base dei moltiplicatori del reddito e della crescita e quest’ultima è a sua volta necessaria per mantenere il debito pubblico su un sentiero sostenibile».
«Nel nostro Paese il problema non è mai stato cosa fare sul piano delle riforme, ma come approvarle e realizzarle. L’idea di fare subito alcune riforme necessarie, dunque, non è il tentativo di fare a meno della politica, ma si fonda sulla necessaria coerenza e simultaneità tra riforme e investimenti».
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