Secondo Giuseppe Vegas, il benessere dei popoli dipende soprattutto dalla qualità delle istituzioni e non da razza, religione o caratteristiche geografiche, come mostrerebbe anche la lezione del Nobel Daron Acemoglu.
L’autore richiama l’esempio della Germania del dopoguerra: stesso popolo, stessa cultura e stessa lingua, ma due sistemi politici differenti produssero risultati economici opposti, con la prosperità dell’Ovest democratico contrapposta alla stagnazione dell’Est comunista.
Oggi, osserva Vegas, il quadro mondiale appare rovesciato: l’Europa sembra incapace di reagire alle crisi, nonostante gli appelli di figure come Mario Draghi, mentre gli Stati Uniti avrebbero progressivamente abbandonato i principi che avevano fondato la loro democrazia.
La Cina, invece, pur restando un sistema autoritario, sarebbe riuscita a trasformarsi nella realtà più dinamica e innovativa grazie a un modello fondato sulla selezione meritocratica e sulla cooptazione delle classi dirigenti.
Vegas paragona questo meccanismo a quello della Chiesa cattolica, definita l’unica monarchia assoluta sopravvissuta per duemila anni grazie alla capacità di premiare i migliori.
L’autore ritiene che il principale limite delle democrazie occidentali, e soprattutto dell’Unione Europea, sia l’inefficienza decisionale: maggiore rappresentatività, rafforzamento dei governi e superamento dell’unanimità vengono indicati da anni come rimedi, ma senza risultati concreti.
Per questo, sostiene, occorre cambiare prospettiva e ricostruire una “società aperta” nel senso di Karl Popper, nella quale ciascuno abbia interesse a migliorare la propria condizione contribuendo al progresso collettivo.
Secondo Vegas, in Occidente si è invece bloccata la mobilità sociale: le politiche pubbliche tendono soprattutto a proteggere chi possiede già posizioni acquisite — pensionati, proprietari, categorie organizzate — senza favorire innovazione e nuove energie sociali.
Se non si tornerà a governare pensando a chi è escluso e non soltanto a chi è già protetto, conclude, l’Occidente rischia di trasformarsi in una nuova Venezia: straordinario museo della propria storia, ma non più protagonista del mondo.








