Sul Corriere della Sera, Giuseppe De Rita mette in guardia dagli effetti pericolosi di quella «sottile ansia in circolo nell’opinione collettiva italiana, un’ansia» scrive il sociologo «che alimenta l’attesa della ripresa dopo la crisi pandemica ed economica degli ultimi mesi. Che stimola le speranze che arrivi una svolta decisiva nel nostro sviluppo. Che spinge a decifrarne sintomi e dati magari rincorrendo i decimali delle variazioni di Pil. Che porta un po’ tutti, governanti ed opinionisti, a incitare i cittadini ad assumere nuove e più accentuate responsabilità».
«Un clima che richiama tutte le “epopee” degli ultimi decenni, dalla ricostruzione post-bellica al superamento delle gravi crisi dei primi anni Duemila; e che arriva anche ad un rilancio potenziale dell’immaginario collettivo, verso un’idea di Italia diversa e migliore. Non si sfugge però alla sensazione che tale volontaristico rilancio non riesca a decollare, non riesca cioè ad innervare coerenti comportamenti di massa, quasi che vinca la consapevolezza che i tempi sono cambiati rispetto ai decenni precedenti, e che l’attuale insieme dei sentimenti collettivi e delle attese non sia riconducibile a una nuova fase di mobilitazione collettiva».
«Chi, come me, è stato analista e cantore di tutte le grandi epopee dal dopoguerra, avverte chiaramente che il richiamarle come esempi da rivivere oggi è un esercizio sempre meno mobilitante. Gli italiani di oggi sanno di vivere una crisi tutta loro, nei singoli luoghi e nelle singole modalità di lavoro; ed è naturale che nei loro pensieri vincano le componenti del loro necessario impegno soggettivo. È quindi comprensibile» conclude, «che l’ansia di ripartenza non riesca ad andare oltre l’attesa di un magico avvento dei decimali di Pil, senza che si crei una mobilitazione collettiva su precisi obiettivi di sviluppo del sistema».








