Dalla seconda metà degli anni ’80 il divario territoriale nei tassi di occupazione si è ampliato e il Mezzogiorno ha risentito maggiormente della doppia crisi 2009-2013, recuperando i livelli occupazionali del 2008 solo nel 2024 — Centro-Nord nel 2017 —: tra 1977 e 2025 il tasso di occupazione è cresciuto di appena un punto nel Mezzogiorno e di 13 nel Centro-Nord, portando il differenziale tra i tassi da 7 a 19 punti percentuali.
Lo rileva Istat.
Nelle regioni meridionali, la crescita del tasso di occupazione femminile è stata più contenuta: il livello attuale è simile a quello del Centro-Nord alla fine degli anni ’70, per gli uomini è diminuito di oltre 10 punti, a fronte di una sostanziale stabilità nel Centro-Nord. L’aumento del divario con il resto del Paese, osservato negli ultimi 30 anni, è stato marcato per Calabria, Campania e Sicilia.
IN 50 ANNI SALE OCCUPAZIONE DONNE MA VALORE PIU’ BASSO IN UE
Alla fine dell’800 le donne rappresentavano il 40% degli occupati, in larga parte impegnate in agricoltura e tessile; in seguito l’occupazione femminile diminuisce fino al 25% negli anni ’50 e ’60; torna ad aumentare dagli anni ’70 fino al 43% degli occupati nel 2025, concentrato nel terziario. Tra 1977 e 2025 il tasso di occupazione femminile cresce di 20 punti; quello maschile diminuisce di oltre 3 punti.
Lo rileva Istat.
La crescita del lavoro femminile ha beneficiato del terziario e dell’orario ridotto, si lega all’aumento di donne più istruite. Restano invariate le differenze nel tasso di occupazione per livello di istruzione, che per le donne con bassa istruzione è 50 punti percentuali inferiore alle laureate; il tasso di occupazione femminile oggi è ancora di quasi 18 punti inferiore agli uomini e l’Italia è il paese europeo con il valore più basso: 9 punti sotto la Spagna, 13 sotto la Francia e 20 sotto la Germania.
58% DIPENDENTI FISSI, IN 30 ANNI PIU’ CONTRATTI FLESSIBILI
In connessione con l’evoluzione della struttura produttiva, si riduce il lavoro indipendente associato ad agricoltura e artigianato. All’inizio del ‘900, il 60% dei lavoratori svolge attività autonoma, oggi poco più del 20%; nonostante la riduzione, consolidatasi nell’ultimo ventennio, il lavoro non dipendente continua a essere più diffuso rispetto a Spagna, Francia e Germania.
Lo rileva Istat nelle “Storie di dati”.
Il lavoro dipendente standard a tempo pieno e indeterminato è oggi la forma prevalente di occupazione — 58% nel 2025 —, ma nell’ultimo trentennio sono cresciute le forme contrattuali flessibili: il tempo determinato all’11% del totale e il tempo parziale al 16%. L’Italia si colloca in una posizione intermedia tra le economie Ue per quota di part-time, ma si caratterizza per la maggiore incidenza di quello involontario, pari all’8% del totale degli occupati — 70% dei casi sono donne —, contro un valore medio europeo del 3%.
L’evoluzione dell’economia si accompagna all’aumento del livello di istruzione: a fine anni ‘70 otto lavoratori su 10 avevano al più la licenza media e i laureati erano il 4%; oggi gli occupati con bassa istruzione sono il 26%, come i laureati. Tra le donne la quota di laureate tra le occupate rappresenta oltre un terzo del totale.
La partecipazione al mercato del lavoro si è ridotta prima per i più giovani — fino a 19 anni — e negli ultimi 20 anni anche per la classe 20-29 anni: nel 1955 i giovani sotto i 30 anni erano un terzo degli occupati, oggi sono il 10%. La quota di lavoratori di almeno 60 anni si è prima ridotta dall’8,5% nel 1955 al 4,1% nel 2005, per la diminuzione del lavoro agricolo, del miglioramento dei trattamenti previdenziali e del ricorso ai pensionamenti anticipati, poi è salita fino al 15% nel 2025 per l’invecchiamento, l’aumento della speranza di vita, l’innalzamento dell’età pensionabile.
L’effetto dell’invecchiamento è stato solo parzialmente compensato dalla crescita degli occupati stranieri, dal 5% nel 2005 all’11% del 2025, con età mediamente inferiore. Negli ultimi 20 anni la crescita degli occupati, di quasi 1,8 milioni, riguarda gli individui di 50 anni e più — mezzo milione con almeno 65 anni —. Al netto dei fattori demografici, nello stesso periodo, il tasso di occupazione è diminuito di 8 punti per i 15-24enni e di 1 punto per i 25-34enni, è aumentato di 2 punti per i 35-49enni, di 23 punti tra i 50-64enni e di 3 punti tra i 65-89enni.
Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni è al 62,5%, 8,5 punti percentuali inferiore rispetto all’insieme dell’Ue (71%); a confronto col 2005 i tassi sono aumentati di 5,2 punti in Italia e 8,9 nell’Ue.
NEL 1961 INDUSTRIA PRIMO SETTORE, OGGI NEI SERVIZI 70% OCCUPATI
Nel 1861 gli occupati erano 15,5 milioni, il 70% della popolazione: pochi bambini vanno a scuola e la maggior parte lavora in attività poco qualificate e prive di tutele, spesso in ambito familiare. Nel 2025 gli occupati sono 24 milioni, il 41% della popolazione: in 150 anni la partecipazione al lavoro e le condizioni hanno subìto cambiamenti profondi.
Lo rileva Istat in “Storie di dati”, osservando che nel 1861 l’agricoltura assorbe il 70% dell’occupazione, nel 1901 il 60% e nel 1936 circa la metà; nel Secondo dopoguerra, nell’arco di un trentennio, si passa a un’economia industriale e poi dei servizi: al Censimento 1961, l’industria è il primo settore per occupazione, arrivando al 44% nel 1971; dagli anni Sessanta decolla il terziario, che nel 1981 rappresenta quasi la metà.
Nel 2025 il 70% degli occupati lavora nei servizi, un quarto nell’industria e il 3,5% in agricoltura. Lo sviluppo dei servizi è inferiore rispetto ad altre principali economie Ue e resta orientato ad attività tradizionali quali commercio e ricettività.








