Lo scenario “incerto” e “imprevedibile” aperto dalla crisi in Medio Oriente richiede prudenza, e di fronte allo shock energetico, che colpisce famiglie e imprese, servono interventi “mirati”, selezionando le “priorità” di spesa per tenere sotto controllo i conti e riportare il debito pubblico in una traiettoria di discesa.
È la sollecitazione unanime che arriva dalle principali istituzioni economiche del Paese – Banca d’Italia, Istat, Corte dei Conti e Upb – chiamate a valutare il Documento di finanza pubblica varato dal governo.
I dati disponibili per i primi mesi dell’anno, “ancora in fase di completamento, sembrano confermare una dinamica meno positiva per l’economia italiana rispetto a quanto rilevato nell’ultimo trimestre” del 2025, ha messo in guardia l’istituto di statistica.
A pochi giorni dalla polemica sul deficit e il mancato rientro sotto la soglia del 3%, il presidente Francesco Maria Chelli, in audizione ha difeso “il ruolo autonomo e indipendente” dell’istituto che svolge “una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica, assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali”.
“Il processo di validazione dei conti di finanza pubblica prodotti dall’Istat da parte delle istituzioni comunitarie segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei”, ha spiegato Chelli sottolineando che le interlocuzioni “sono sempre molto dirette e intense con Eurostat”.
“L’interpretazione che è stata data da Bruxelles è di eccesso del 3%. Lì c’è un’area di dubbio fra un valore di 2,99 e 2,94 che sarebbe, se capiamo bene, l’unico valore che avrebbe potuto portare il Paese al di fuori” della procedura per i disavanzi eccessivi, hanno spiegato i tecnici dell’istituto.
L’attuale versione dei conti, ha chiarito il presidente dell’Istat, acquisisce “le più recenti evidenze sulle cessioni dei crediti d’imposta connessi al Superbonus per le spese sostenute nel corso del 2025” e “le informazioni inserite sono pertanto complete, sebbene non ancora definitive”.
Dalla Corte dei Conti è arrivato il monito, da un lato, a “mantenere il controllo sui conti pubblici”, e, dall’altro, a “garantire una più attenta selezione degli interventi da avviare al fine di contrastare gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche” e, pertanto, “ridefinire le priorità” d’azione del governo nella definizione delle misure da attuare”.
Da qui l’esigenza di “sostenere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese anche se la necessità di rispettare i parametri europei lascia spazi fiscali ridotti”.
La magistratura contabile ha puntato il dito sull’entità della pressione fiscale “che negli ultimi anni ha raggiunto livelli elevati che sembrano stabilizzarsi, anziché indirizzarsi verso una riduzione che libererebbe risorse in favore delle imprese e delle famiglie, favorendo sia gli investimenti che i consumi”.
La Corte ha anche messo in guardia sul quadro “non rassicurante” per le prospettive del rapporto debito/Pil.
Sulla stessa linea la Banca d’Italia che ha avvertito: “La risposta allo shock energetico andrebbe limitata a interventi mirati e di entità e durata contenute, preservando i segnali di prezzo, essenziali per orientare le scelte di consumo e favorire l’uso più efficiente dell’energia e la transizione verso fonti energetiche meno esposte a rischi geopolitici”.
Interventi che, ha osservato il capo del dipartimento Economia e Statistica, Andrea Brandolini, “potrebbero trovare copertura nella rimodulazione di altre voci di bilancio”.
Per Bankitalia, “sarà cruciale monitorare in modo accurato l’andamento delle spese, tenendo conto che una crescita dei prezzi più accentuata di quella prevista renderebbe ancora più difficoltoso rispettare il percorso di consolidamento programmato”.
“Nei prossimi mesi, ha spiegato Brandolini, la politica di bilancio italiana sarà chiamata ad adempiere agli impegni internazionali sottoscritti in materia di difesa e a far fronte alla necessità di attenuare l’impatto della crisi energetica su famiglie e imprese”.
Anche perché, ha ricordato, “le spese per la difesa, se non coperte, vanno comunque ad accrescere disavanzo e debito pubblico e hanno potenziali implicazioni per i percorsi di consolidamento” che “dovranno essere più ambiziosi”.
L’istituto di Via Nazionale è quindi tornato a sollecitare “un’azione di riforma che crei le condizioni favorevoli all’innovazione e alla crescita della produttività” senza la quale “la prudenza nella gestione dei conti pubblici non sarà sufficiente”.
Anche l’Upb ha chiesto “interventi mirati” sui segmenti della popolazione “più esposti” poiché l’inflazione innescata dallo shock energetico pesa di più “per le famiglie con spesa più bassa”: 0,5 punti in più della media nel 2026.
“L’effettiva perdita di potere d’acquisto che ciascuna famiglia potrà sperimentare nel corso dell’anno per effetto dell’aumento dei prezzi, ha spiegato la presidente, Lilia Cavallari, dipenderà dalla composizione del proprio paniere di consumo”.
“Uno shock inflazionistico concentrato su energia e alimentari si traduce, meccanicamente, in una pressione più intensa sui bilanci delle famiglie con minore capacità di spesa”, ha aggiunto.
Le previsioni illustrate dall’Ufficio parlamentare di bilancio, delineano uno scenario “leggermente più prudente rispetto a quello del governo e stimano una crescita del Pil dello 0,5 per cento nel 2026 e dello 0,6 per cento negli anni successivi”.
Secondo l’organismo parlamentare, “pur in miglioramento, la finanza pubblica rimane soggetta a diversi fattori di rischio”, a partire dal percorso di riduzione del debito che “potrebbe risultare meno positivo, soprattutto qualora si materializzassero i rischi al ribasso legati al contesto internazionale”.








