Se vuoi capire quanto è grave la crisi che ci attende devi sentire le parole di Nunzio Colella: “Il nostro gruppo fatturava 25 milioni di euro al mese. Adesso, da due mesi è a zero, e ogni mese deve pagare 5 milioni di euro di soli affitti. Quando vedo che mi chiedono il business plan per farmi un prestito mi metto le mani nei capelli”.
Il Gruppo Capri
Colella è l’amministratore delegato del Gruppo Capri, una eccellenza italiana con le sue radici a Nola. Si tratta di una catena di oltre 200 negozi, e due catene nazionali di marchi: Alcott e Gutteridge. Solo un anno fa il gruppo festeggiava a piazzetta Affari la conquista del prestigioso premio “Imprenditore dell’anno”. E solo pochi mesi fa era una delle aziende più liquide d’Italia, con assoluta facilità di accesso al credito. Oggi “il signor Alcott” racconta perché secondo lui è difficile ripartire: “Mi hanno colpito le parole di Renzo Rosso, un amico, un gigante del nostro settore, ma era incazzato e preoccupato più di me”. Colella ride amaro: “Sentendolo mi sono detto: beh, allora non sono matto”.
La Capri è una delle tante multinazionali tascabili del nostro paese, presente sia in Italia che in Europa: Alcott è il marchio più giovane e pop, Guttridge, rilevato e resuscitato, quello dell’alta sartoria maschile.
Sembrano lontanissime le emozioni di quando un anno fa il gruppo Capri saliva sul palco dell’imprenditore dell’anno, portando al seguito famiglia e nipoti, in una foto di gruppo che spiegava la passione per Adriana e la famiglia. Colella oggi spiega perché questa crisi è già durissima anche per i gruppi molto forti come il suo, fa capire perché i finanziamenti non arrivano. Lancia un messaggio a Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri: “Ho tre proposte semplici e utili per semplificare le cose su affitti e crediti di imposta”.
“Tre giorni fa sono entrato nella mia azienda… mi sono messo a piangere”
Il suo racconto, nella sua semplicità di cifre e dati, dovrebbe essere preso ad esempio come caso di scuola: “Tre giorni fa sono entrato nella mia azienda per la prima volta dopo lo scoppio della crisi. E per la prima volta, nella mia vita professionale… che devo dirle? Mi sono messo a piangere”. Pausa: “Non avevo mai visto l’azienda così. Non la riconoscevo. Non c’era vita”.
Colella prosegue: “Ho quattro figli, e tre già lavorano con me e con mia moglie. In questa azienda c’è il nostro lavoro di una vita”. Il lockdown per una azienda di stile è una doppia iattura: “Quest’anno, per dire, avevano prodotto una camicia innovativa, la ‘Travel’ senza bisogno di stiratura, in un tessuto pazzesco… Neppure siamo riusciti a mandarla nei negozi! Una intera collezione è rimasta negli scatoloni, e adesso dobbiamo immagazzinare tutto per fare spazio alla prossima”.
Il gruppo incassava 260 milioni di euro di fatturato. Aveva 1500 dipendenti fra tempi determinati e indeterminati. Ma i 500 determinati sono già scaduti e non sono stati rinnovati. “Oggi – dice Colella – abbiamo ancora più di mille persone sulle spalle, e io non dormo la notte per il peso e la responsabilità di pagare gli stipendi in una crisi come questa”.
Fino ad aprile l’azienda ha pagato normalmente: ha scaricato tutte le ferie, fatto ricorso ad ogni strumento: “Ma adesso – aggiunge il signor Alcott – dobbiamo arrivare al passo più doloroso, per gente come noi, che parte dall’etica del lavoro, che ha fondato tutto sul valore del lavoro. La cassa integrazione”.
“Il 90% dei miei dipendenti andrà in cassa integrazione”
“E quale stato d’animo potrei avere? Da questo mese il 90% dei miei dipendenti andrà in cassa integrazione, almeno finché i negozi (molti sono nei centri commerciali) non riescono a riaprire”. Il principale problema della Alcott oggi è quello delle collezioni: “In quegli scatoloni ci sono milioni di euro di merci, l’intera collezione primavera estate, totalmente inceduta”. Questo significa che l’azienda deve sostenere enormi costi di immagazzinamento per preparare lo spazio alla collezione inverno.
Sono numeri e logistiche da capogiro: “Ci servono altri 40mila metri quadri, due milioni di euro solo per costi di stoccaggio!”. E di nuovo l’amministratore del gruppo Capri spiega: “Questo è un mestiere che si fonda sulle intuizioni, sull’innovazione, sul raccolto di quello che si semina. Perdere quello a cui hai lavorato per un anno è come subire una automutilazione”.
Nessuno saprà se avrebbero avuto successo gli abiti in cotone egiziano, e i colori nuovi su cui gli stilisti avevano puntato; abiti di foggia sartoriale con tessuti innovativi: “Studio, lavoro, progettazione, tutto va perduto”. Nessuno saprà mai se avrebbero venduto le camicie 100% lino in tonalità rosso-cipolla su cui si erano quasi accapigliati al momento di scegliere le linee. Colella scuote il capo: “Tutto sommerso nei magazzini. Tutto nelle scatole!”.
“In Spagna abbiamo avuto un milione e 200 mila euro di prestito in due giorni”
Ed è a questo punto che si aprono i dilemmi: “Abbiamo chiesto in Spagna, abbiamo una piccola catena anche lì, un milione e 200 mila euro di prestito per la prima emergenza” il confronto con il nostro paese è impietoso: “In due giorni tutti i soldi erano già sul nostro conto corrente. Zero burocrazia, zero condizioni: ci hanno accordato tutto quello che avevamo chiesto. Non un euro di meno”.
Ma in Italia tutto si complica: Alcott e Gutteridge hanno dodici milioni di euro di costi al mese, anche se restano chiusi: “Mi aspetto incentivi, iniziative, liquidità. Per ora non vedo nulla”. E il ragionamento è questo: se questo accade ad una azienda molto liquida, cosa accade alle altre, magari virtuose, ma indebitate per investimenti: “Ma se mi guardo intorno vedo tante aziende che conosco che già stanno portando i libri in tribunale”. La logica che produce questo esito è semplice: “Bloccano i pagamenti a tutti. Chiudono il rubinetto”.
“Il paradosso è che ti può convenire più stare chiuso che essere aperto”
Spiega ancora Colella: “Noi abbiamo un ‘altra logica, ma il paradosso è che ti può convenire più stare chiuso che essere aperto. E così ti metti nella condizione di spirito di non riaprire mai”. Ecco perché secondo lui ogni giorno guadagnato, in questa corsa contro il tempo per non fallire, è decisivo.
Il Gruppo Capri aveva fatto una stima di quello che avrebbe perso se i negozi fossero stati chiusi “solo” fino al 4 maggio. La cifra metteva i brividi: più di 25 milioni di euro. Oggi si passa all’idea che i negozi riapriranno il 18, ma non è escluso che il termine possa essere posticipato. E allora il signor Alcott si arrabbia: “Come si fa a programmare qualcosa? A dare risposte ai dipendenti?”.
Il primo chiodo è questo: “Il problema è la prospettiva. La certezza. La sensazione che ci sia un piano serio in cui si stimano costi benefici. Non possiamo permetterci improvvisazioni”. Ecco perché tutte le comunicazioni contraddittorie, invece, danno l’idea che si proceda a tentoni.
“Il rischio di impresa dovrebbero farlo decidere a noi”
Colella non condivide nemmeno il ragionamento di tanti virologi che dicono: “Se si riapre il rischio è che i negozi restino chiusi”. Ride: “Forse almeno questo, cioè il rischio di impresa, dovrebbero farlo decidere a noi. Abbiamo delle stime abbastanza attendibili sui paesi asiatici dove è già accaduto, sappiamo che potremmo fare il 30% del fatturato. Per noi è vitale”. Anche perché, aggiunge, gli imprenditori che conosce, in Cina, questa possibilità l’hanno avuta: “Il 30% non cambierebbe un quadro, ma sarebbe una boccata di ossigeno”.
Per impedire il tracollo, dunque, bisogna evitare che la cosa più conveniente sia non riaprire. Ed ecco i problemi: “Io pago cinque milioni al mese di affitti. Mutui e leasing ce li hanno sospesi, ma anche questo non risolve nulla. Perché se tu mi prolunghi un debito ma io non ho soldi per pagare – chiude l’Ad del gruppo Capri – cosa cambia?”.
“Le banche in Italia pongono ostacoli e condizioni”
Domanda: perché i crediti delle banche non arrivano? Il gruppo Capri ha presentato richieste di finanziamento che, dato il fatturato di cui abbiamo parlato, dovrebbero ammontare a 70 milioni di euro. Ma Colella non è sicuro di ottenerli: “Al contrario di quello che le ho raccontato in Spagna, iniziano a porre ostacoli e condizioni. Chiedono un business plan dei prossimi due anni. Ma sono scemi?”
Questa programmazione, tuttavia è impossibile farla: “Non so quando apro, non so quando chiudo e se dovrò chiudere, e adesso mi metto a fare la stima del ricavi? Quali?”.
Prima del Covid il gruppo Capri pagava il denaro per i suoi ingenti investimenti allo 0,50 di interesse: “Mai richiesta una sola fideiussione. Fino a ieri”. Ma adesso è cambiato tutto: “Siamo alla follia. Adesso, che in teoria c’è la garanzia dello Stato- spiega Colella – i soldi te li danno sotto condizione e ce li fanno pagare al 2%! Ma sono ubriachi?”. E il tema è tutto qui: “Lo Stato sta prestando i soldi alle banche. Che fra l’altro sono già piene di soldi! E le banche non danno i soldi a chi ne ha bisogno”. Conclusione: “Io non voglio sussidi. Non voglio elemosine. Io voglio restare sul mercato per i prossimi 200 anni! Ma con 10 milioni di euro di costi fissi devo essere messo in condizione di tenere botta”.
Ecco i conti: solo di Enel i negozi pagano 130 mila euro al mese. Poi ci sono consulenze, servizi, certificazioni, sicurezza, aria condizionata, medici del lavoro, pulizie, assistenza. Tutte spese che continuano a correre. “Poi ci sono 70mila euro solo alla Siae, per i costi della musica che trasmettiamo”.
“Ecco le mie proposte”
Ed ecco le proposte. Primo: “Chiedo sommessamente: in Campania, in Sicilia, in Puglia, in Sardegna si può riaprire subito? Noi con i soldi del sud garantiamo la sopravvivenza dei negozi del nord. Se ci sono diversi tassi di contagio bisogna e bisognerà differenziare”.
Secondo: “Cancellino questa cosa ridicola dei business plan. Siccome nessun business plan può essere minimamente credibile in tempi così, perché mi devi chiedere di certificare una cosa falsa?”.
Terzo: “Facciamo detrarre i canoni ai proprietari, non alle imprese. A noi imprenditori non serve a nulla. Detrarre cosa se il fatturato è zero? Siccome loro incassano, possono detrarre. Ovvio, non serve Einstein”. E a Fontana che dice “tenere chiusa la Lombardia e aprire gli altri crea una concorrenza sleale” Colella risponde: “Io questa non l’ho proprio capita. Ma chi è che se a Bergamo trova chiuso va a comprare un paio di jeans a Napoli? Viceversa, le aziende salvandosi dal fallimento sosterranno il rilancio nel Nord, appena possibile”.
“Il rischio più terribile è avviare il percorso che porta alla fine del lavoro”
E non parlategli di protezioni: “Ci siamo procurati da soli i gel, le mascherine, le barriere in plexiglas, e addirittura gli elmi uguali a quelli dei chirurghi per le cassiere!”. Considerazione finale: “Non chiediamo che ci regalino soldi: non un euro. Ci serve ossigeno per respirare solo mentre l’Italia è in apnea”.
Colella “sogna” l’abbattimento del costo del lavoro di almeno il 10% da dare ai dipendenti: “Adesso il cuneo serve come il pane!”. E spiega: “Serve Per creare ottimismo, speranza. Basta con i sussidi. Non spendiamo più in sussidi! Fate guadagnare le persone con il lavoro”. Anche perché, conclude l’amministratore del Gruppo Capri, il rischio è che il Covid sia “l’innesco di qualcosa di più grande e più greve”. Gli domando “di cosa”, e lui sospira: “Parlo del rischio più terribile che vedo in questa folle crisi. Che questo sia il primo passo nel percorso che porta alla fine del lavoro”.








