L’aumento dell’energia è il più alto dal secondo dopo guerra. Lo sottolinea l’economista e accademico, Alberto Cló, che ricordando che «dal prossimo primo ottobre quelli del gas dovrebbero crescere del 30% mentre quelli dell’elettricità del 40% portando l’aumento complessivo dal 1° luglio scorso al 45% circa per il metano e al 60% per l’elettricità, ridotto al 50% da un provvidenziale intervento del governo che ne ha modificato i criteri di calcolo impegnando 1,2 miliardi di euro».
«Alla base di questi aumenti vi sono due ragioni», spiega sul Quotidiano Nazionale. «Primo: l’esplosione dei prezzi spot del gas metano, che quotavano nei giorni scorsi 3,5 volte quelli di inizio 2021. Secondo: il quasi raddoppio da inizio anno sul mercato europeo dei prezzi dei permessi di emissione del carbonio saliti a 60 euro a tonnellata».
«Al di là di queste specifiche e si spera temporanee ragioni, ve ne è una di carattere generale: la cosiddetta transizione energetica al dopo-fossili. Transizione che sta presentando sempre più il suo conto. Più si perseguiranno gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale, ed è imprescindibile farlo, più se ne dovranno pagare i costi. Ipotizzare, come fa la Commissione, che i prezzi debbano aumentare ancora sensibilmente, per incentivare la transizione, dà conto di quanto poco a Bruxelles ci si renda conto delle conseguenze sociale delle sue dissennate proposte» continua.
«Rimedi ve ne sarebbero iniziando a modificare le attuali politiche, ma sarebbe prima necessario scalzare il rifiuto generalizzato (e interessato) di quel che si propone. Dicendo semplicemente le cose come stanno e respingendo l’imperante isteria ecologista. Meglio, ad esempio, ridurre i sussidi a vantaggio di pochi spendendo in innovazione tecnologica, compreso il nucleare di nuova generazione. Il nucleare è solo una parte della soluzione alla lotta ai cambiamenti climatici, ma senza nucleare essa non avrà soluzione».
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